«Tutti conoscono la Galleria. Un simbolo di Milano: per la moda, per i turisti, per chiunque. Siamo molto grati al sindaco per averci permesso di portare Vogue World qui. Vogue World: Milano è stato ideato come un omaggio alla moda e alla creatività italiane», dice Anna Wintour , dal 1988 al 2025 direttrice di Vogue America, considerata la più autorevole rivista di moda al mondo. Trasformerete, dopodomani sera, la Galleria Vittorio Emanuele II in un palcoscenico dedicato «a celebrare l’artigianalità e il tocco umano nell’era della tecnologia». Un’«esperienza dal vivo» all’incrocio tra moda, cultura e performance, che inaugura la settimana della moda milanese. Avete riunito case di moda, artisti, personalità della cultura. «Quando lo abbiamo creato, dopo il Covid, era un modo per sostenere New York e la moda in un momento di grande difficoltà. Da allora è cresciuto ogni anno. Ed è meraviglioso essere qui, lavorare con squadre straordinarie, guidate da Francesca (Ragazzi, head of editorial content di Vogue Italia, ndr). Ci sarà l’energia della strada. Milano è una città in continua trasformazione, che non ha paura del cambiamento ma che allo stesso tempo ha un approccio molto concreto alle cose, anche alla sperimentazione. Che fossero le strade di Lower Manhattan, oppure un teatro quando volevamo sostenere le performing arts in Gran Bretagna, oppure grazie alla generosità del presidente Macron il centro di Parigi e poi a Los Angeles i Paramount Studios, cerchiamo sempre il luogo, l’ambiente, lo spazio che abbia più senso. E qui siamo molto fortunati ad avere il sostegno della Scala». Che rapporto ha con la tecnologia? «Rende le cose più semplici. Ma credo che abbiamo perso, in parte, l’arte della conversazione. Mandare un’e-mail non è la stessa cosa. Sento spesso dire: “Ho parlato con questa persona”, quando in realtà hanno mandato un messaggio. Mi fa impazzire. Prendete il telefono! Cercate quella persona. Andate a trovarla. Un messaggino è un modo incredibilmente debole, usa e getta, per comunicare». L’Unione Europea sta cercando di regolamentare l’uso dei social media da parte dei minori . «Sì, e io sono una grande sostenitrice. Mio marito era direttore della psichiatria infantile alla Columbia University. La sua specializzazione era la depressione, l’ansia e il suicidio tra gli adolescenti. Insieme abbiamo fondato il Center for Youth Mental Health, che sostiene i giovani in difficoltà. Abbiamo visto l’aumento dell’ansia e della depressione dall’avvento dei social media, e più recentemente anche un aumento dei tentativi di suicidio. Ammiro l’Australia che ha introdotto misure in questa direzione. Credo che l’isolamento sia il pericolo più grande. Soprattutto dopo il Covid». La moda, al suo meglio, non è usa e getta. «Sì. È l’espressione di ciò che sei. Gli stilisti sono influenzati dai luoghi che hanno visitato, la musica, il cinema. Ma non lavorano mai da soli». Alfred Hitchcock era bravissimo a far credere che tutto nascesse dalla sua testa. «Soprattutto per quanto riguardava le donne (sorride). Un grande regista, come un grande designer, ha un punto di vista così forte che emerge. Nel cinema i grandi come Hitchcock, Scorsese, o Baz Luhrmann hanno una visione molto riconoscibile. È lo stesso con un designer. Quando si allontana troppo dalla propria traiettoria, secondo me il risultato è meno riuscito che quando rimane all’interno della propria visione creativa. Deve essere fedele a sé stesso. È così che mi sento, e credo che sia ciò che tutti sentiamo a Vogue. Dobbiamo essere fedeli alla visione di Vogue e non preoccuparci troppo di ciò che accade intorno a noi. ( Qui Wintour sfoglia il libro delle prime pagine del Corriere della Sera pubblicato per il 150esimo anniversario, che Barbara Stefanelli, condirettrice del Corriere, le ha portato conoscendo la sua passione per i giornali, le storie e le persone che raccontano ). Avere una voce forte rende inconfondibili: voi al Corriere fate giornalismo di qualità da un secolo e mezzo, siete credibili con i lettori grazie alla vostra voce». L’artigianato attraversa un momento difficile. «È un linguaggio globale. In Italia la prossimità tra creatività, fabbrica e industria è unica. Avete inventato una sorta di artigianato industriale». Come vede il riallineamento del sistema della moda? «Mai visti così tanti cambiamenti in un periodo così breve. Credo sia ancora presto per dire come andrà a finire. Sono però entusiasta che Demna sia arrivato da Gucci. Avrà un impatto enorme. E sono molto interessata a vedere cosa succederà con i cambiamenti che Miuccia (Prada, ndr) sta portando a Versace. La nostra comunità vive di cambiamento». Quest’anno il pilastro filantropico di Vogue World è il progetto di Quarto Oggiaro: una donazione di due milioni alla biblioteca del quartiere. «È stata una decisione presa dal sindaco insieme a Francesca, tutto il merito va a lei, le lascio la parola». Francesca Ragazzi : «Un quartiere periferico, ma collegato idealmente alla passerella della Galleria. Ci piaceva l’idea che un progetto e un evento di scala globale potessero andare a beneficio di una realtà iperlocale, un luogo di lettura e dialogo, aperto a tutte le età e le culture». Anna, cosa sta leggendo? «Una biografia. Judi Dench, la famosa attrice britannica. Comincia dalla sua infanzia nello Yorkshire. Non la fama e la celebrità che avrebbe raggiunto più tardi, ma il racconto dell’infanzia nella casa del padre medico con lo studio in casa. Capisci perché è diventata la persona che è: molto diretta, per nulla rovinata dalla fama o dalla celebrità. Le piace fare scherzi agli altri attori. Pensiamo a lei come a una delle nostre più grandi attrici, mentre in realtà sembra semplicemente divertirsi moltissimo». Dench è una grande ammiratrice di Stephen Sondheim, che dimostra che si può creare arte immortale ed essere popolari. «Non è necessario essere difficili per creare qualcosa che duri. La moda, al suo meglio, fa proprio questo. Un grande abito lascia un messaggio. E ha anche un valore storico». Ha incontrato molta opposizione, all’epoca, quando sosteneva che la moda appartenesse a quel mondo, che fosse arte degna del Metropolitan? «Grazie a Andrew Bolton, curatore capo del Metropolitan Museum, le mostre di moda sono tra le esposizioni più popolari. E hanno avuto una portata globale». Come vede il giornalismo nel 2026? «Ripenso a quando ho cominciato. Sono figlia di un direttore di giornale, so bene com’era. Bisogna continuare a proteggere ciò che si è e ciò che si rappresenta. Non abbiamo mai avuto un pubblico così vasto». Viaggiare costantemente le pesa? «Sono in Europa da circa un mese; passerò novembre in Asia. Devi andare, vedere, capire di persona. Zoom è ottimo per le cose pratiche, ma non è la stessa cosa. Sono molto fortunata». In pratica è una ceo. «Be’, non so se sia esattamente il mio titolo (sorride: ufficialmente è Chief Content Officer, Condé Nast, and Global Editorial Director, Vogue). Preferisco pensare a me stessa come a una persona che sostiene questi territori diversi». Quali sono i giovani designer che la sorprendono? «Trovo molto interessante Louise (Trotter, ndr) a Bottega Veneta. Eravamo tutti molto interessati anche alla nomina di Dario Vitale a Emporio Armani. Credo possa fare un ottimo lavoro. Anche Meryll (Rogge, direttrice di Marni, ndr), che ha presentato una sola collezione. Merita tempo». Francesca Ragazzi : «Sì, avrei detto anch’io Meryll. È interessantissima la prima collezione presentata da Simone e Loris (Loris Messina e Simone Rizzo, ndr) da Moschino, dopo il grande successo ottenuto con la loro Sunnei».
Anna Wintour: «Abbiamo perso l'arte della conversazione. Parliamoci, vediamoci e cerchiamo le persone: il messaggino è usa e getta»
«Tutti conoscono la Galleria. Un simbolo di Milano: per la moda, per i turisti, per chiunque. Siamo molto grati al sindaco per averci permesso di portare Vogue World qui. Vogue World: Milano è stato ideato come un omaggio alla moda e alla creatività italiane», dice Anna Wintour , dal 1988 al 2025 direttrice di Vogue America, considerata la più autorevole rivista di moda al mondo. Trasformerete, dopodomani sera, la Galleria Vittorio Emanuele II in un palcoscenico dedicato «a celebrare l’artigianalità e il tocco umano nell’era della tecnologia». Un’«esperienza dal vivo» all’incrocio tra moda, cultura e performance, che inaugura la settimana della moda milanese. Avete riunito case di moda, artisti, personalità della cultura. «Quando lo abbiamo creato, dopo il Covid, era un modo per sostenere New York e la moda in un momento di grande difficoltà. Da allora è cresciuto ogni anno. Ed è meraviglioso essere qui, lavorare con squadre straordinarie, guidate da Francesca (Ragazzi, head of editorial content di Vogue Italia, ndr). Ci sarà l’energia della strada. Milano è una città in continua trasformazione, che non ha paura del cambiamento ma che allo stesso tempo ha un approccio molto concreto alle cose, anche alla sperimentazione. Che fossero le strade di Lower Manhattan, oppure un teatro quando volevamo sostenere le performing arts in Gran Bretagna, oppure grazie alla generosità del presidente Macron il centro di Parigi e poi a Los Angeles i Paramount Studios, cerchiamo sempre il luogo, l’ambiente, lo spazio che abbia più senso. E qui siamo molto fortunati ad avere il sostegno della Scala». Che rapporto ha con la tecnologia? «Rende le cose più semplici. Ma credo che abbiamo perso, in parte, l’arte della conversazione. Mandare un’e-mail non è la stessa cosa. Sento spesso dire: “Ho parlato con questa persona”, quando in realtà hanno mandato un messaggio. Mi fa impazzire. Prendete il telefono! Cercate quella persona. Andate a trovarla. Un messaggino è un modo incredibilmente debole, usa e getta, per comunicare». L’Unione Europea sta cercando di regolamentare l’uso dei social media da parte dei minori . «Sì, e io sono una grande sostenitrice. Mio marito era direttore della psichiatria infantile alla Columbia University. La sua specializzazione era la depressione, l’ansia e il suicidio tra gli adolescenti. Insieme abbiamo fondato il Center for Youth Mental Health, che sostiene i giovani in difficoltà. Abbiamo visto l’aumento dell’ansia e della depressione dall’avvento dei social media, e più recentemente anche un aumento dei tentativi di suicidio. Ammiro l’Australia che ha introdotto misure in questa direzione. Credo che l’isolamento sia il pericolo più grande. Soprattutto dopo il Covid». La moda, al suo meglio, non è usa e getta. «Sì. È l’espressione di ciò che sei. Gli stilisti sono influenzati dai luoghi che hanno visitato, la musica, il cinema. Ma non lavorano mai da soli». Alfred Hitchcock era bravissimo a far credere che tutto nascesse dalla sua testa. «Soprattutto per quanto riguardava le donne (sorride). Un grande regista, come un grande designer, ha un punto di vista così forte che emerge. Nel cinema i grandi come Hitchcock, Scorsese, o Baz Luhrmann hanno una visione molto riconoscibile. È lo stesso con un designer. Quando si allontana troppo dalla propria traiettoria, secondo me il risultato è meno riuscito che quando rimane all’interno della propria visione creativa. Deve essere fedele a sé stesso. È così che mi sento, e credo che sia ciò che tutti sentiamo a Vogue. Dobbiamo essere fedeli alla visione di Vogue e non preoccuparci troppo di ciò che accade intorno a noi. ( Qui Wintour sfoglia il libro delle prime pagine del Corriere della Sera pubblicato per il 150esimo anniversario, che Barbara Stefanelli, condirettrice del Corriere, le ha portato conoscendo la sua passione per i giornali, le storie e le persone che raccontano ). Avere una voce forte rende inconfondibili: voi al Corriere fate giornalismo di qualità da un secolo e mezzo, siete credibili con i lettori grazie alla vostra voce». L’artigianato attraversa un momento difficile. «È un linguaggio globale. In Italia la prossimità tra creatività, fabbrica e industria è unica. Avete inventato una sorta di artigianato industriale». Come vede il riallineamento del sistema della moda? «Mai visti così tanti cambiamenti in un periodo così breve. Credo sia ancora presto per dire come andrà a finire. Sono però entusiasta che Demna sia arrivato da Gucci. Avrà un impatto enorme. E sono molto interessata a vedere cosa succederà con i cambiamenti che Miuccia (Prada, ndr) sta portando a Versace. La nostra comunità vive di cambiamento». Quest’anno il pilastro filantropico di Vogue World è il progetto di Quarto Oggiaro: una donazione di due milioni alla biblioteca del quartiere. «È stata una decisione presa dal sindaco insieme a Francesca, tutto il merito va a lei, le lascio la parola». Francesca Ragazzi : «Un quartiere periferico, ma collegato idealmente alla passerella della Galleria. Ci piaceva l’idea che un progetto e un evento di scala globale potessero andare a beneficio di una realtà iperlocale, un luogo di lettura e dialogo, aperto a tutte le età e le culture». Anna, cosa sta leggendo? «Una biografia. Judi Dench, la famosa attrice britannica. Comincia dalla sua infanzia nello Yorkshire. Non la fama e la celebrità che avrebbe raggiunto più tardi, ma il racconto dell’infanzia nella casa del padre medico con lo studio in casa. Capisci perché è diventata la persona che è: molto diretta, per nulla rovinata dalla fama o dalla celebrità. Le piace fare scherzi agli altri attori. Pensiamo a lei come a una delle nostre più grandi attrici, mentre in realtà sembra semplicemente divertirsi moltissimo». Dench è una grande ammiratrice di Stephen Sondheim, che dimostra che si può creare arte immortale ed essere popolari. «Non è necessario essere difficili per creare qualcosa che duri. La moda, al suo meglio, fa proprio questo. Un grande abito lascia un messaggio. E ha anche un valore storico». Ha incontrato molta opposizione, all’epoca, quando sosteneva che la moda appartenesse a quel mondo, che fosse arte degna del Metropolitan? «Grazie a Andrew Bolton, curatore capo del Metropolitan Museum, le mostre di moda sono tra le esposizioni più popolari. E hanno avuto una portata globale». Come vede il giornalismo nel 2026? «Ripenso a quando ho cominciato. Sono figlia di un direttore di giornale, so bene com’era. Bisogna continuare a proteggere ciò che si è e ciò che si rappresenta. Non abbiamo mai avuto un pubblico così vasto». Viaggiare costantemente le pesa? «Sono in Europa da circa un mese; passerò novembre in Asia. Devi andare, vedere, capire di persona. Zoom è ottimo per le cose pratiche, ma non è la stessa cosa. Sono molto fortunata». In pratica è una ceo. «Be’, non so se sia esattamente il mio titolo (sorride: ufficialmente è Chief Content Officer, Condé Nast, and Global Editorial Director, Vogue). Preferisco pensare a me stessa come a una persona che sostiene questi territori diversi». Quali sono i giovani designer che la sorprendono? «Trovo molto interessante Louise (Trotter, ndr) a Bottega Veneta. Eravamo tutti molto interessati anche alla nomina di Dario Vitale a Emporio Armani. Credo possa fare un ottimo lavoro. Anche Meryll (Rogge, direttrice di Marni, ndr), che ha presentato una sola collezione. Merita tempo». Francesca Ragazzi : «Sì, avrei detto anch’io Meryll. È interessantissima la prima collezione presentata da Simone e Loris (Loris Messina e Simone Rizzo, ndr) da Moschino, dopo il grande successo ottenuto con la loro Sunnei».

SOURCE TRANSPARENCY