È difficile scrivere in morte di un amico . Di una persona con la quale hai condiviso decenni di vita comune, di sogni, delusioni, discussioni, speranze. Fabio Mussi era davvero unico. Aveva solo qualità , non riuscirei a trovargli un difetto. Lo dico senza quella bambagia che l’epitaffio porta con sé, anche in questi tempi ruvidi. Figlio di una famiglia operaia, il padre senza il dono della vista, Fabio ha sempre amato studiare , tanto. Si è laureato alla Normale di Pisa discutendo una tesi su una sua passione filosofica e poi politica, la Scuola di Francoforte e il pensiero di Adorno, così rilevanti nel dibattito a sinistra tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio del decennio successivo. Poi il suo lavoro nel Pci , al quale si era iscritto molto giovane. Aveva talento, una profondità culturale che allora era richiesta per esercitare ruoli di direzione politica. Entrò molto giovane nel Comitato centrale e, per far capire la pasta dell’uomo, nella riunione del massimo organismo del Pci che nel 1969 decise la radiazione dei fondatori de Il manifesto, Fabio, poco più che ventenne, fu uno dei tre membri, insieme a Cesare Luporini e Lucio Lombardo Radice, che votarono contro quel provvedimento. È sempre stato schietto, sincero, del tutto insensibile alla dimensione del «calcolo di opportunità» che spesso generava malmostose discipline e ringhiose, finte, unanimità. Fabio era solare, divertente come pochi, incapace di rinunciare a una battuta. Ricordo una volta che per avere, come facevo spesso, un suo consiglio, gli feci leggere un articolo che, da segretario del principale partito della sinistra, si rivolgeva ai cattolici per invitare a un dialogo sui grandi temi etici. Lui lo lesse con attenzione, la sigaretta tra le labbra e le mani nella tasca dei pantaloni, e poi mi disse, con quel sorriso che ne chiamava altri: «Condivido, tutto giusto. Peccato che Dio non esista...». La più bella descrizione di Fabio, ritratto da cucciolo, lo ha fatto la compagna della sua vita, Luana Benini, madre di Gaia e Valentina, nel libro Il tempo del Cotone. Così descrive il loro incontro: «Avevo 16 anni. Forse ci siamo attratti come una calamita. Lui era nato al Capezzòlo, un quartiere operaio. Una famiglia di comunisti e di anarchici. Piccolino, magro, quasi pelle e ossa, gli occhi luminosi e intelligenti. Era il più bravo a scuola, ma anche il più divertente e disinvolto. Curioso, amico di tutti, le battute pronte». Eccolo, Fabio. È sempre rimasto così. Ha creduto nel passaggio dal Pci al Pds , è stato tra i più convinti della scelta di Occhetto di portare in salvo quel patrimonio attraverso un atto di discontinuità. Quei giorni terribili e straordinari li abbiamo vissuti in simbiosi. Eravamo un giovane gruppo dirigente alle prese con un fatto storico che richiedeva l’assunzione di una responsabilità che sarebbe rimasta nella storia della sinistra. Infinite discussioni, bellissime e durissime, e lo sforzo di chiedersi, persino eticamente, cosa fosse giusto fare, dopo il 1989. Fabio anche in quel caso fu tra i più coraggiosi e tra i più, come sempre, disinteressati al proprio destino personale . Poi lui non seguì il percorso che portò alla fondazione del Partito democratico, e la sua strada si separò al Congresso di Firenze nel 2007 . La scelta di fondare Sinistra democratica e poi di partecipare alla esperienza di Avs non nasceva in lui da conservatorismo, ma da una diversa analisi dei compiti della sinistra in questo tempo della storia. Qualcosa di alto, nobile. Come è stato tutto, nella storia personale e pubblica di un leader che ha agghindato le pareti della politica italiana di virtù oggi rare: il disinteresse, il coraggio, la profondità intellettuale, la curiosità per il nuovo. Chi lo avrebbe detto, a quel bambino figlio di operai, che un giorno sarebbe diventato condirettore de L’Unità e di Rinascita , deputato, vicepresidente della Camera, ministro della Repubblica ? La politica, che può essere sporca, con Fabio Mussi è stata una cosa pulitissima, altroché. Passammo insieme con le famiglie la notte dell’arrivo del nuovo millennio. Non sapevamo, quella sera, che le strade politiche di un gruppo di persone che si volevano bene presto si sarebbero separate. Ma eravamo certi che saremmo restati amici. Comunque, sempre. E così è stato.
Discussioni infinite e battute sui compiti della sinistra, Fabio Mussi non smetteva di studiare
È difficile scrivere in morte di un amico . Di una persona con la quale hai condiviso decenni di vita comune, di sogni, delusioni, discussioni, speranze. Fabio Mussi era davvero unico. Aveva solo qualità , non riuscirei a trovargli un difetto. Lo dico senza quella bambagia che l’epitaffio porta con sé, anche in questi tempi ruvidi. Figlio di una famiglia operaia, il padre senza il dono della vista, Fabio ha sempre amato studiare , tanto. Si è laureato alla Normale di Pisa discutendo una tesi su una sua passione filosofica e poi politica, la Scuola di Francoforte e il pensiero di Adorno, così rilevanti nel dibattito a sinistra tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio del decennio successivo. Poi il suo lavoro nel Pci , al quale si era iscritto molto giovane. Aveva talento, una profondità culturale che allora era richiesta per esercitare ruoli di direzione politica. Entrò molto giovane nel Comitato centrale e, per far capire la pasta dell’uomo, nella riunione del massimo organismo del Pci che nel 1969 decise la radiazione dei fondatori de Il manifesto, Fabio, poco più che ventenne, fu uno dei tre membri, insieme a Cesare Luporini e Lucio Lombardo Radice, che votarono contro quel provvedimento. È sempre stato schietto, sincero, del tutto insensibile alla dimensione del «calcolo di opportunità» che spesso generava malmostose discipline e ringhiose, finte, unanimità. Fabio era solare, divertente come pochi, incapace di rinunciare a una battuta. Ricordo una volta che per avere, come facevo spesso, un suo consiglio, gli feci leggere un articolo che, da segretario del principale partito della sinistra, si rivolgeva ai cattolici per invitare a un dialogo sui grandi temi etici. Lui lo lesse con attenzione, la sigaretta tra le labbra e le mani nella tasca dei pantaloni, e poi mi disse, con quel sorriso che ne chiamava altri: «Condivido, tutto giusto. Peccato che Dio non esista...». La più bella descrizione di Fabio, ritratto da cucciolo, lo ha fatto la compagna della sua vita, Luana Benini, madre di Gaia e Valentina, nel libro Il tempo del Cotone. Così descrive il loro incontro: «Avevo 16 anni. Forse ci siamo attratti come una calamita. Lui era nato al Capezzòlo, un quartiere operaio. Una famiglia di comunisti e di anarchici. Piccolino, magro, quasi pelle e ossa, gli occhi luminosi e intelligenti. Era il più bravo a scuola, ma anche il più divertente e disinvolto. Curioso, amico di tutti, le battute pronte». Eccolo, Fabio. È sempre rimasto così. Ha creduto nel passaggio dal Pci al Pds , è stato tra i più convinti della scelta di Occhetto di portare in salvo quel patrimonio attraverso un atto di discontinuità. Quei giorni terribili e straordinari li abbiamo vissuti in simbiosi. Eravamo un giovane gruppo dirigente alle prese con un fatto storico che richiedeva l’assunzione di una responsabilità che sarebbe rimasta nella storia della sinistra. Infinite discussioni, bellissime e durissime, e lo sforzo di chiedersi, persino eticamente, cosa fosse giusto fare, dopo il 1989. Fabio anche in quel caso fu tra i più coraggiosi e tra i più, come sempre, disinteressati al proprio destino personale . Poi lui non seguì il percorso che portò alla fondazione del Partito democratico, e la sua strada si separò al Congresso di Firenze nel 2007 . La scelta di fondare Sinistra democratica e poi di partecipare alla esperienza di Avs non nasceva in lui da conservatorismo, ma da una diversa analisi dei compiti della sinistra in questo tempo della storia. Qualcosa di alto, nobile. Come è stato tutto, nella storia personale e pubblica di un leader che ha agghindato le pareti della politica italiana di virtù oggi rare: il disinteresse, il coraggio, la profondità intellettuale, la curiosità per il nuovo. Chi lo avrebbe detto, a quel bambino figlio di operai, che un giorno sarebbe diventato condirettore de L’Unità e di Rinascita , deputato, vicepresidente della Camera, ministro della Repubblica ? La politica, che può essere sporca, con Fabio Mussi è stata una cosa pulitissima, altroché. Passammo insieme con le famiglie la notte dell’arrivo del nuovo millennio. Non sapevamo, quella sera, che le strade politiche di un gruppo di persone che si volevano bene presto si sarebbero separate. Ma eravamo certi che saremmo restati amici. Comunque, sempre. E così è stato.

RELATED SIGNALS
Latest Trending News
SOURCE TRANSPARENCY