I Medici e Leonardo, Raffaello e Michelangelo, Ariosto e Cristoforo Colombo. Aldo Cazzullo prosegue il suo viaggio nell'identità italiana con il nuovo libro, «Quando l'Italia rinacque. Il nostro Rinascimento», che HarperCollins pubblica martedì prossimo, il 15 settembre. Ecco un'anticipazione tratta dal primo capitolo . Il Mosè era là. Poteva essere stato scolpito cinquecento anni prima, o il giorno prima. Era una statua senza tempo, quindi eterna. E mi fissava con quegli occhi che parevano soggiogare il mondo. Avevo sei anni, mio papà e mia mamma mi avevano portato a Roma per la prima volta. Papà e mamma non avevano una cultura accademica, erano molto orgogliosi del loro diploma di ragioneria che — «ai nostri tempi», dicevano — era come una laurea. I loro padri a dodici anni erano già uno garzone in macelleria , l’altro nei campi. Però papà e mamma mi hanno trasmesso un’idea: il contrario di ignoranza non è cultura, è curiosità. E mi hanno comunicato il senso di ammirazione per la grandezza e per la bellezza. Il Mosè di Michelangelo era entrambe le cose. Era grande, forte, imponente. Ed era straordinariamente bello. Quella notte non chiusi occhio. Per molte altre notti, il Mosè di Michelangelo divenne una visione ricorrente. Non un vero e proprio sogno; un’immagine che mi si presentava davanti in quei momenti di dormiveglia che moltiplicano i pensieri e le voci di dentro. Mi turbava quella forza che sembrava venire da un altro tempo. Quello sguardo che aveva visto cose negate a noi uomini comuni. Quella fronte luminosa — non erano corna, come sembrava, erano raggi di luce — che aveva affrontato il mistero. Quel volto che aveva visto Dio, e in Dio aveva riconosciuto sé stesso: perché siamo fatti tutti a immagine e somiglianza di Dio. L’Italia rinacque proprio recuperando e rivendicando la cultura dell’antica Roma. Certo, il Rinascimento non fu l’età dell’oro. Non lo fu per l’umanità, devastata da guerre e pestilenze, e non lo fu per l’Italia. Al contrario; fu l’età in cui l’Italia divenne un campo di battaglia. Francesi, spagnoli, tedeschi si contendevano il nostro Paese. Lo insanguinavano i soldati del re di Francia, dell’imperatore e degli altri sovrani d’Italia, compreso il Papa. Infuriarono scontri, complotti, intrighi. Si uccise con il veleno, con la spada, e con nuove, terribili armi, i cannoni. I crimini commessi furono orrendi. Nel 1527, cinque secoli fa, i lanzichenecchi di Carlo V — quello sul cui impero non tramontava mai il sole — devastarono la capitale della cristianità, costringendo un papa Medici, Clemente VII, a rinchiudersi in Castel Sant’Angelo, e massacrando un terzo della popolazione, forse più; una strage che non si era vista neppure al tempo delle invasioni dei barbari. E i Gonzaga, padroni delle chiavi d’Italia, avevano lasciato che i lanzichenecchi passassero il Po, sbarrando invece la strada alla truppe del Papa, guidate da Giovanni dalle Bande Nere: coraggioso comandante ferito a morte dai falconetti, cannoni micidiali, regalati ai tedeschi dal duca di Ferrara. E dove muore Giovanni dalle Bande Nere? In un palazzo dei Gonzaga, tanto pietosi quanto cinici. L’Italia politicamente non esisteva. Quelle guerre, quelle devastazioni, quei crimini ispirarono a Orson Welles, nel film Il terzo uomo , una celebre frase: «In Italia per trent’anni sotto i Borgia ci furono guerre, terrore, omicidi, massacri, ma vennero fuori Michelangelo, Leonardo da Vinci e il Rinascimento. In Svizzera non ci fu che amore fraterno , cinquecento anni di pace e democrazia, e che cosa ne è venuto fuori? L’orologio a cucù». Forse l’unico dettaglio sbagliato (a parte il fatto che papa Borgia regnò solo undici anni) è che l’orologio a cucù l’hanno inventato i tedeschi. Piero della Francesca. Botticelli. Raffaello. Leonardo. Antonello da Messina. I più grandi artisti che l’umanità abbia mai avuto. E il più grande: Michelangelo. A 22 anni la Pietà, a 26 il David, a 33 la volta della Sistina con il dito di Dio che tocca il dito dell’uomo… Negli anni che vanno tra l’inizio del Quattrocento e la fine del Cinquecento, gli italiani hanno dipinto, scolpito, eretto le opere più straordinarie che l’uomo abbia mai sognato, pensato, realizzato. Capolavori di commovente bellezza. Ma il Rinascimento non è soltanto una rivoluzione artistica. È una straordinaria fioritura di musica, letteratura, matematica, architettura, ceramica, decorazioni: quello che oggi si chiamerebbe design. Vennero gettate le basi della scienza moderna. Della medicina. Del metodo sperimentale. La filosofia vi fiorì, e accanto al pensiero di Aristotele, che aveva dominato il Medioevo, veniva riscoperto il pensiero di Platone. Per alcuni la realtà è qui, sotto i nostri occhi, conoscibile con la logica per cui se A è uguale a B, e B è uguale a C, A è uguale a C. Per altri la realtà è solo il pallido riflesso di un ideale eterno e inconoscibile, di cui ci è dato percepire soltanto l’ombra. Due idee del mondo e dell’uomo che nel suo meraviglioso affresco sulla Scuola di Atene, in Vaticano, Raffaello riuscì mirabilmente a sintetizzare nella figura di Aristotele, che indica la terra, e di Platone — il ritratto di Leonardo da Vinci —, che indica il cielo. Ma non soltanto l’arte e la bellezza; neppure la cultura e la scienza sono il vero centro del Rinascimento. Ne sono uno splendido, meraviglioso corollario. Il Rinascimento è la rivoluzione dell’uomo. L’uomo che ha fiducia in sé stesso. L’uomo che come Socrate sa di non sapere, e quindi si mette alla ricerca. L’uomo che vuole conoscere l’immensità del mondo e le profondità del proprio animo. Così salpa verso occidente per arrivare a oriente , come Cristoforo Colombo. Realizza di aver scoperto un Nuovo Mondo e gli dà il nome, come Amerigo Vespucci. Fa il giro del globo, come Magellano. Concepisce macchine che saranno realizzate secoli dopo, come Leonardo. Immagina di poter volare fin sulla Luna su un cavallo alato, come Astolfo, il personaggio dell’Orlando furioso di Ludovico Ariosto. Il Rinascimento è un fenomeno mondiale. Arriva in Francia, in Spagna, in Portogallo, in Germania, in Inghilterra, in Olanda. Fa sentire la sua influenza ai confini del mondo conosciuto, dalla Russia all’impero spagnolo nelle Americhe. E il Rinascimento sarà riscoperto a distanza di secoli, quando all’inizio dell’Ottocento si costruiranno in tutto l’Occidente case e palazzi in stile neorinascimentale. Ancora oggi le idee e il gusto del Rinascimento influenzano la cultura mondiale. Ma tutto questo ha una patria. La nostra. L’Italia. L’umanesimo e il Rinascimento nascono tra Firenze, l’Umbria, Roma. Si affermano a Venezia, a Milano, a Bologna, a Napoli, in Sicilia. Lasciano un gioiello quasi in ogni città: la piazza disegnata da Leonardo a Vigevano, il mausoleo del Colleoni a Bergamo, la Loggia di Brescia, la basilica del Palladio a Vicenza, il Palazzo Ducale di Urbino, Schifanoia a Ferrara, Palazzo Te a Mantova, Casa Cavassa a Saluzzo, la basilica Malatestiana a Rimini… E poi la prima grande statua equestre dai tempi dell’antica Roma: il Gattamelata di Donatello , che ancora si erge a Padova davanti alla basilica di Sant’Antonio. Se una sola di queste meraviglie fosse in qualsiasi altro Paese, sarebbe conosciuta in tutto il mondo. Invece quasi nessuno tra i milioni di turisti stranieri sballottati tra la torre di Pisa, le Cinque Terre e il lago di Como, più una monetina gettata nella Fontana di Trevi e un po’ di shopping in via Montenapoleone a Milano, le vede. L’umanesimo e il Rinascimento sono il vero dono che noi italiani abbiamo dato all’umanità. Il nostro grande contributo alla civiltà universale, senza cui nulla, neppure l’attuale rivoluzione tecnologica, sarebbe stato possibile. Il tempo in cui l’Italia rinacque è quello in cui l’Italia si dà una missione: gettare un ponte tra l’era classica e l’era cristiana, tra la Roma dei Cesari e la Roma dei Papi. Certo, l’Italia non era uno Stato unitario, e non lo sarebbe divenuto ancora a lungo. Ma quando Raffaello scrive al Papa per implorarlo di salvare le vestigia dell’antica Roma, la definisce «madre della gloria e della grandezza italiana». È un’Italia che ritrova sé stessa. Non nasce dal nulla e non muore nel nulla. La riscoperta dell’antica Roma, dell’arte imperiale, dei valori repubblicani restituisce un ruolo al nostro Paese. Gli dà un posto nel mondo, valido ancora adesso. Perché se l’Italia è importante nel mondo non è solo perché la mozzarella è buona, la Ferrari veloce, la moda elegante; è perché l’Italia è la patria dell’umanesimo. E nel mondo post-umano che stiamo costruendo, l’umanesimo sarà la nostra unica salvezza. L’umanità non è mai stata così vicina all’autodistruzione. Le cause sono sette. Come le piaghe d’Egitto, come i cavalieri dell’Apocalisse. 1 Le guerre e la proliferazione nucleare. 2 La denatalità: appena un popolo diventa ricco, smette di fare figli; e noi siamo tra quelli che ne facciamo meno al mondo. 3 Il cambio climatico, che ormai è considerato irreversibile, per cui non si discute come frenarlo, ma come adeguarvisi. 4 La distruzione del lavoro intellettuale — architetti, ingegneri, avvocati, medici, giornalisti, impiegati di banche e assicurazioni — da parte dell’intelligenza artificiale. 5 L’impunità fiscale delle immense ricchezze così create. E l’irresponsabilità sociale dei padroni della Rete e della tecnofinanza, che sanno tutto di noi ma si disinteressano al nostro destino: se potranno ottenere un guadagno anche
«Gli occhi che sembravano soggiogare il mondo»: l'anteprima di «Quando l'Italia rinacque», il nuovo libro di Aldo Cazzullo
I Medici e Leonardo, Raffaello e Michelangelo, Ariosto e Cristoforo Colombo. Aldo Cazzullo prosegue il suo viaggio nell'identità italiana con il nuovo libro, «Quando l'Italia rinacque. Il nostro Rinascimento», che HarperCollins pubblica martedì prossimo, il 15 settembre. Ecco un'anticipazione tratta dal primo capitolo . Il Mosè era là. Poteva essere stato scolpito cinquecento anni prima, o il giorno prima. Era una statua senza tempo, quindi eterna. E mi fissava con quegli occhi che parevano soggiogare il mondo. Avevo sei anni, mio papà e mia mamma mi avevano portato a Roma per la prima volta. Papà e mamma non avevano una cultura accademica, erano molto orgogliosi del loro diploma di ragioneria che — «ai nostri tempi», dicevano — era come una laurea. I loro padri a dodici anni erano già uno garzone in macelleria , l’altro nei campi. Però papà e mamma mi hanno trasmesso un’idea: il contrario di ignoranza non è cultura, è curiosità. E mi hanno comunicato il senso di ammirazione per la grandezza e per la bellezza. Il Mosè di Michelangelo era entrambe le cose. Era grande, forte, imponente. Ed era straordinariamente bello. Quella notte non chiusi occhio. Per molte altre notti, il Mosè di Michelangelo divenne una visione ricorrente. Non un vero e proprio sogno; un’immagine che mi si presentava davanti in quei momenti di dormiveglia che moltiplicano i pensieri e le voci di dentro. Mi turbava quella forza che sembrava venire da un altro tempo. Quello sguardo che aveva visto cose negate a noi uomini comuni. Quella fronte luminosa — non erano corna, come sembrava, erano raggi di luce — che aveva affrontato il mistero. Quel volto che aveva visto Dio, e in Dio aveva riconosciuto sé stesso: perché siamo fatti tutti a immagine e somiglianza di Dio. L’Italia rinacque proprio recuperando e rivendicando la cultura dell’antica Roma. Certo, il Rinascimento non fu l’età dell’oro. Non lo fu per l’umanità, devastata da guerre e pestilenze, e non lo fu per l’Italia. Al contrario; fu l’età in cui l’Italia divenne un campo di battaglia. Francesi, spagnoli, tedeschi si contendevano il nostro Paese. Lo insanguinavano i soldati del re di Francia, dell’imperatore e degli altri sovrani d’Italia, compreso il Papa. Infuriarono scontri, complotti, intrighi. Si uccise con il veleno, con la spada, e con nuove, terribili armi, i cannoni. I crimini commessi furono orrendi. Nel 1527, cinque secoli fa, i lanzichenecchi di Carlo V — quello sul cui impero non tramontava mai il sole — devastarono la capitale della cristianità, costringendo un papa Medici, Clemente VII, a rinchiudersi in Castel Sant’Angelo, e massacrando un terzo della popolazione, forse più; una strage che non si era vista neppure al tempo delle invasioni dei barbari. E i Gonzaga, padroni delle chiavi d’Italia, avevano lasciato che i lanzichenecchi passassero il Po, sbarrando invece la strada alla truppe del Papa, guidate da Giovanni dalle Bande Nere: coraggioso comandante ferito a morte dai falconetti, cannoni micidiali, regalati ai tedeschi dal duca di Ferrara. E dove muore Giovanni dalle Bande Nere? In un palazzo dei Gonzaga, tanto pietosi quanto cinici. L’Italia politicamente non esisteva. Quelle guerre, quelle devastazioni, quei crimini ispirarono a Orson Welles, nel film Il terzo uomo , una celebre frase: «In Italia per trent’anni sotto i Borgia ci furono guerre, terrore, omicidi, massacri, ma vennero fuori Michelangelo, Leonardo da Vinci e il Rinascimento. In Svizzera non ci fu che amore fraterno , cinquecento anni di pace e democrazia, e che cosa ne è venuto fuori? L’orologio a cucù». Forse l’unico dettaglio sbagliato (a parte il fatto che papa Borgia regnò solo undici anni) è che l’orologio a cucù l’hanno inventato i tedeschi. Piero della Francesca. Botticelli. Raffaello. Leonardo. Antonello da Messina. I più grandi artisti che l’umanità abbia mai avuto. E il più grande: Michelangelo. A 22 anni la Pietà, a 26 il David, a 33 la volta della Sistina con il dito di Dio che tocca il dito dell’uomo… Negli anni che vanno tra l’inizio del Quattrocento e la fine del Cinquecento, gli italiani hanno dipinto, scolpito, eretto le opere più straordinarie che l’uomo abbia mai sognato, pensato, realizzato. Capolavori di commovente bellezza. Ma il Rinascimento non è soltanto una rivoluzione artistica. È una straordinaria fioritura di musica, letteratura, matematica, architettura, ceramica, decorazioni: quello che oggi si chiamerebbe design. Vennero gettate le basi della scienza moderna. Della medicina. Del metodo sperimentale. La filosofia vi fiorì, e accanto al pensiero di Aristotele, che aveva dominato il Medioevo, veniva riscoperto il pensiero di Platone. Per alcuni la realtà è qui, sotto i nostri occhi, conoscibile con la logica per cui se A è uguale a B, e B è uguale a C, A è uguale a C. Per altri la realtà è solo il pallido riflesso di un ideale eterno e inconoscibile, di cui ci è dato percepire soltanto l’ombra. Due idee del mondo e dell’uomo che nel suo meraviglioso affresco sulla Scuola di Atene, in Vaticano, Raffaello riuscì mirabilmente a sintetizzare nella figura di Aristotele, che indica la terra, e di Platone — il ritratto di Leonardo da Vinci —, che indica il cielo. Ma non soltanto l’arte e la bellezza; neppure la cultura e la scienza sono il vero centro del Rinascimento. Ne sono uno splendido, meraviglioso corollario. Il Rinascimento è la rivoluzione dell’uomo. L’uomo che ha fiducia in sé stesso. L’uomo che come Socrate sa di non sapere, e quindi si mette alla ricerca. L’uomo che vuole conoscere l’immensità del mondo e le profondità del proprio animo. Così salpa verso occidente per arrivare a oriente , come Cristoforo Colombo. Realizza di aver scoperto un Nuovo Mondo e gli dà il nome, come Amerigo Vespucci. Fa il giro del globo, come Magellano. Concepisce macchine che saranno realizzate secoli dopo, come Leonardo. Immagina di poter volare fin sulla Luna su un cavallo alato, come Astolfo, il personaggio dell’Orlando furioso di Ludovico Ariosto. Il Rinascimento è un fenomeno mondiale. Arriva in Francia, in Spagna, in Portogallo, in Germania, in Inghilterra, in Olanda. Fa sentire la sua influenza ai confini del mondo conosciuto, dalla Russia all’impero spagnolo nelle Americhe. E il Rinascimento sarà riscoperto a distanza di secoli, quando all’inizio dell’Ottocento si costruiranno in tutto l’Occidente case e palazzi in stile neorinascimentale. Ancora oggi le idee e il gusto del Rinascimento influenzano la cultura mondiale. Ma tutto questo ha una patria. La nostra. L’Italia. L’umanesimo e il Rinascimento nascono tra Firenze, l’Umbria, Roma. Si affermano a Venezia, a Milano, a Bologna, a Napoli, in Sicilia. Lasciano un gioiello quasi in ogni città: la piazza disegnata da Leonardo a Vigevano, il mausoleo del Colleoni a Bergamo, la Loggia di Brescia, la basilica del Palladio a Vicenza, il Palazzo Ducale di Urbino, Schifanoia a Ferrara, Palazzo Te a Mantova, Casa Cavassa a Saluzzo, la basilica Malatestiana a Rimini… E poi la prima grande statua equestre dai tempi dell’antica Roma: il Gattamelata di Donatello , che ancora si erge a Padova davanti alla basilica di Sant’Antonio. Se una sola di queste meraviglie fosse in qualsiasi altro Paese, sarebbe conosciuta in tutto il mondo. Invece quasi nessuno tra i milioni di turisti stranieri sballottati tra la torre di Pisa, le Cinque Terre e il lago di Como, più una monetina gettata nella Fontana di Trevi e un po’ di shopping in via Montenapoleone a Milano, le vede. L’umanesimo e il Rinascimento sono il vero dono che noi italiani abbiamo dato all’umanità. Il nostro grande contributo alla civiltà universale, senza cui nulla, neppure l’attuale rivoluzione tecnologica, sarebbe stato possibile. Il tempo in cui l’Italia rinacque è quello in cui l’Italia si dà una missione: gettare un ponte tra l’era classica e l’era cristiana, tra la Roma dei Cesari e la Roma dei Papi. Certo, l’Italia non era uno Stato unitario, e non lo sarebbe divenuto ancora a lungo. Ma quando Raffaello scrive al Papa per implorarlo di salvare le vestigia dell’antica Roma, la definisce «madre della gloria e della grandezza italiana». È un’Italia che ritrova sé stessa. Non nasce dal nulla e non muore nel nulla. La riscoperta dell’antica Roma, dell’arte imperiale, dei valori repubblicani restituisce un ruolo al nostro Paese. Gli dà un posto nel mondo, valido ancora adesso. Perché se l’Italia è importante nel mondo non è solo perché la mozzarella è buona, la Ferrari veloce, la moda elegante; è perché l’Italia è la patria dell’umanesimo. E nel mondo post-umano che stiamo costruendo, l’umanesimo sarà la nostra unica salvezza. L’umanità non è mai stata così vicina all’autodistruzione. Le cause sono sette. Come le piaghe d’Egitto, come i cavalieri dell’Apocalisse. 1 Le guerre e la proliferazione nucleare. 2 La denatalità: appena un popolo diventa ricco, smette di fare figli; e noi siamo tra quelli che ne facciamo meno al mondo. 3 Il cambio climatico, che ormai è considerato irreversibile, per cui non si discute come frenarlo, ma come adeguarvisi. 4 La distruzione del lavoro intellettuale — architetti, ingegneri, avvocati, medici, giornalisti, impiegati di banche e assicurazioni — da parte dell’intelligenza artificiale. 5 L’impunità fiscale delle immense ricchezze così create. E l’irresponsabilità sociale dei padroni della Rete e della tecnofinanza, che sanno tutto di noi ma si disinteressano al nostro destino: se potranno ottenere un guadagno anche

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