DAL NOSTRO INVIATO COLLEGE PARK (STATI UNITI) - Chi ci fa, nello stesso faldone di documenti, il rapporto di un «soffia» , detto il Ciliegia, sulla celeberrima fuga di Indro Montanelli da San Vittore e la ricostruzione , fatta da un agente dell’Oss (il servizio segreto americano antesignano della Cia) sulle ultime ore di Mussolini? E quella richiesta, che sta più o meno negli stessi scaffali, firmata da Giorgio Almirante (all’epoca all’ufficio stampa di Salò) di trasferire, «anche d’obbligo», nel Nord Italia una lista lunga così — compaiono Totò, Eduardo e Peppino, Macario, Alida Valli — di attori sgraditi alle autorità repubblichine? In un altro dossier c’è pure il resoconto di una fonte confidenziale, «l’agente Beta», sul misterioso viaggio, appena finita la guerra, di Winston Churchill sulle sponde del lago di Como. Benvenuti ai National Archives degli Stati Uniti, l’archivio più grande al mondo. La sede di rappresentanza — quella dove Trump, oggi, accompagnerà Xi per una visita ufficiale per mostrargli l a Dichiarazione d'Indipendenza — è in centro, a Washington. Ma i caveaux con chilometri di scaffali sono in una costruzione circondata da un fitto bosco a College Park, minuscolo paesino nel Maryland, a una trentina di chilometri dalla Capitale. Qui sono conservati, esattamente come al nostro Archivio Centrale di Stato, milioni di carte provenienti dalle amministrazioni pubbliche. Ma c’è tanta, tanta Italia in mezzo a quei dossier «desecretati» dall’Fbi, dalla Cia e dal Dipartimento di Stato. Per gli storici è l’Arca di Noè, visto che l’elenco delle carte è sterminato. Si va dalla missione di Joe Petrosino in Sicilia ai segreti della P2. E si passa da Palmiro Togliatti, l'ossessione del capo del Fbi Edgar Hoover c he, nei suoi rapporti inviati al Dipartimento di Stato, sosteneva che il segretario Pci «fosse sotto il completo controllo della Russia», «secondo un nostro informatore fa visite quotidiane all'ambasciata russa» a Roma». Non basta: «Nenni è sotto controllo di Togliatti» ed entrambi «sono sotto controllo del Gpu», il servizio segreto sovietico antesignano del Kgb. Comunque: se non sei uno storico di professione, e se sei a College Park solo per curiosità, davanti a quella vastità di dossier tanto vale fare richieste a caso agli archivisti: «Buongiorno, avete carte sulla fuga del Duce finita a Dongo?». Ed ecco che ti consegnano i rapporti firmati da Allen Dulles, durante la guerra «capostazione» Oss in Svizzera e poi lo «spione» più potente al mondo, quando divenne il capo della Cia all’epoca della Guerra Fredda. Allegata alla relazione sull’esecuzione scritta da Valerian Lada-Mocarski, l’agente Oss 441 (e qui va ricordato che il primo a leggerla è stato José Cereghino, sconfinato conoscitore dei segreti degli Archives), compare una lettera di Dulles a William Donovan, capo dell’Oss durante la guerra. Volendo, gli americani avrebbero potuto salvare il dittatore. «Durante gli ultimi due o tre giorni di vita di Mussolini abbiamo avuto qualche contatto con lui, e a un certo punto — scrive Dulles — egli accennò a Don Jones, il nostro uomo che lavorava con i partigiani oltre il confine svizzero, che avrebbe voluto arrendersi a noi. Poiché non potevo portare Mussolini in territorio svizzero e poiché non disponevo di forze adeguate per proteggerlo dai partigiani qualora fossi riuscito a mettergli le mani addosso in territorio italiano, dissi a Jones di non avere nulla a che fare con la questione». Poi la conclusione, più pragmatica che cinica : «Mussolini è stato catturato e appeso, il che a mio avviso è stato probabilmente una soluzione migliore rispetto a un processo». Ma ecco un altro faldone riguardante Dulles, stavolta è lui a essere pedinato dagli italiani del Servizio informazioni militari. Previdenti, gli 007 del Duce lo tengono d’occhio, lì a Berna: «È un ex diplomatico americano, in contatto — lo ritraggono nel rapporto del marzo 1943 — con gli ambienti internazionali, persona assai intelligente, attiva, è verosimile che sia stato inviato in Svizzera con qualche incarico speciale». Dalle carte che riguardano il territorio elvetico spunta il passato di agente segreto di Mike Bongiorno, partigiano, un pezzo di storia d’Italia e figlio di un celebre avvocato di New York. Un agente Oss scrive al suo capo a Berna: «Un doppiogiochista dell’Ovra a Milano» dice che «tre agenti americani a San Vittore potrebbero forse essere rilasciati in cambio di tre tedeschi delle SS detenuti in Francia». Ecco i nomi, «Frank W. Pisciotta, 34 anni, il capitano House, 45, e Michel Buongiorno di New York». A Berna cadono dalle nuvole, nessuno sa chi sia questo Buongiorno. Senonché arriva un rapporto dall’agente speciale Max Corvo, leggendario cacciatore di fascisti, che rivela, testuale: «Mike è uno dei miei, lo voglio libero». Ora però, da una carta nello stesso faldone, compare pure il nome di Montanelli, rinchiuso a San Vittore quando venne catturato dai fascisti un istante prima di darsi alla macchia con i partigiani di Giustizia e Libertà. L’amicizia tra Mike e Indro nacque proprio lì, nelle celle del carcere milanese dove il futuro presentatore, da «scopino», raccoglieva i messaggi dei detenuti da far filtrare fuori. La «soffiata» di «Ciliegia» — ladro, ricattatore, truffatore, altro «doppiogiochista» che sarebbe piaciuto a Montanelli — dettaglia il retroscena della fuga: fu l’esito di una «colossale truffa poliziesca» ai danni dei nazisti, convinti che scarcerando il giornalista e altre persone, tra cui un’attrice americana, Dorothy Gibson, avrebbero potuto ricevere informazioni da usare contro la Resistenza. Invece erano «tutti d’accordo per fregare i tedeschi». Dopo che Indro evade, a Salò impazziscono di rabbia. Il 28 agosto il capo della polizia repubblichina in una nota «urgentissima-riservatissima» — questo foglio sta però all’Archivio Centrale di Stato — chiede ai sottoposti «di riferire con la massima urgenza se corrisponde al vero che tale Montanelli, giornalista collaboratore del Corriere della Sera, sia fuggito dalla prigione, rifugiandosi all’estero». Nel frattempo «il Ciliegia» fa altre «soffiate», dice che è in contatto con Dante «Gorreri, ex confinato del Pci», «fuggito dal carcere e accompagnato alla frontiera dal suo salvatore», uno delle brigate nere. Gorreri, poi deputato comunista, è al centro dei mille intrighi legati all’oro di Dongo, alle carte del Duce e alla falcidie dei partigiani a conoscenza di quei segreti, tra cui l’integerrimo Luigi Canali, il cui memoriale sarà cercato a lungo, ma vanamente, proprio da Indro. E a proposito, negli stessi paraggi: ecco un rapporto al controspionaggio Usa che, all’inizio del 1946, viene da «Beta», infiltrato negli «ambienti giornalistici romani». Q uesti sostiene che «la recente visita di Winston Churchill» al lago di Como e al Garda «avrebbe avuto come scopo principale l’esame dei documenti italiani, provenienti dal ministero degli Esteri e dal gabinetto del capo del governo — impossibile capire se si riferisse a Mussolini o a Ferruccio Parri, primo presidente del Consiglio dell’Italia libera, ndr —, che avrebbero potuto dare luogo ad attacchi al premier inglese». Erano un riferimento al carteggio con il Duce? «Beta» non sa altro. Ancora: ecco un documento che spunta da Salò. Una graff
I documenti «italiani» nei National Archives di Washington. Le parole del capo della Cia: Mussolini? Potevamo salvarlo, meglio appeso che a processo
DAL NOSTRO INVIATO COLLEGE PARK (STATI UNITI) - Chi ci fa, nello stesso faldone di documenti, il rapporto di un «soffia» , detto il Ciliegia, sulla celeberrima fuga di Indro Montanelli da San Vittore e la ricostruzione , fatta da un agente dell’Oss (il servizio segreto americano antesignano della Cia) sulle ultime ore di Mussolini? E quella richiesta, che sta più o meno negli stessi scaffali, firmata da Giorgio Almirante (all’epoca all’ufficio stampa di Salò) di trasferire, «anche d’obbligo», nel Nord Italia una lista lunga così — compaiono Totò, Eduardo e Peppino, Macario, Alida Valli — di attori sgraditi alle autorità repubblichine? In un altro dossier c’è pure il resoconto di una fonte confidenziale, «l’agente Beta», sul misterioso viaggio, appena finita la guerra, di Winston Churchill sulle sponde del lago di Como. Benvenuti ai National Archives degli Stati Uniti, l’archivio più grande al mondo. La sede di rappresentanza — quella dove Trump, oggi, accompagnerà Xi per una visita ufficiale per mostrargli l a Dichiarazione d'Indipendenza — è in centro, a Washington. Ma i caveaux con chilometri di scaffali sono in una costruzione circondata da un fitto bosco a College Park, minuscolo paesino nel Maryland, a una trentina di chilometri dalla Capitale. Qui sono conservati, esattamente come al nostro Archivio Centrale di Stato, milioni di carte provenienti dalle amministrazioni pubbliche. Ma c’è tanta, tanta Italia in mezzo a quei dossier «desecretati» dall’Fbi, dalla Cia e dal Dipartimento di Stato. Per gli storici è l’Arca di Noè, visto che l’elenco delle carte è sterminato. Si va dalla missione di Joe Petrosino in Sicilia ai segreti della P2. E si passa da Palmiro Togliatti, l'ossessione del capo del Fbi Edgar Hoover c he, nei suoi rapporti inviati al Dipartimento di Stato, sosteneva che il segretario Pci «fosse sotto il completo controllo della Russia», «secondo un nostro informatore fa visite quotidiane all'ambasciata russa» a Roma». Non basta: «Nenni è sotto controllo di Togliatti» ed entrambi «sono sotto controllo del Gpu», il servizio segreto sovietico antesignano del Kgb. Comunque: se non sei uno storico di professione, e se sei a College Park solo per curiosità, davanti a quella vastità di dossier tanto vale fare richieste a caso agli archivisti: «Buongiorno, avete carte sulla fuga del Duce finita a Dongo?». Ed ecco che ti consegnano i rapporti firmati da Allen Dulles, durante la guerra «capostazione» Oss in Svizzera e poi lo «spione» più potente al mondo, quando divenne il capo della Cia all’epoca della Guerra Fredda. Allegata alla relazione sull’esecuzione scritta da Valerian Lada-Mocarski, l’agente Oss 441 (e qui va ricordato che il primo a leggerla è stato José Cereghino, sconfinato conoscitore dei segreti degli Archives), compare una lettera di Dulles a William Donovan, capo dell’Oss durante la guerra. Volendo, gli americani avrebbero potuto salvare il dittatore. «Durante gli ultimi due o tre giorni di vita di Mussolini abbiamo avuto qualche contatto con lui, e a un certo punto — scrive Dulles — egli accennò a Don Jones, il nostro uomo che lavorava con i partigiani oltre il confine svizzero, che avrebbe voluto arrendersi a noi. Poiché non potevo portare Mussolini in territorio svizzero e poiché non disponevo di forze adeguate per proteggerlo dai partigiani qualora fossi riuscito a mettergli le mani addosso in territorio italiano, dissi a Jones di non avere nulla a che fare con la questione». Poi la conclusione, più pragmatica che cinica : «Mussolini è stato catturato e appeso, il che a mio avviso è stato probabilmente una soluzione migliore rispetto a un processo». Ma ecco un altro faldone riguardante Dulles, stavolta è lui a essere pedinato dagli italiani del Servizio informazioni militari. Previdenti, gli 007 del Duce lo tengono d’occhio, lì a Berna: «È un ex diplomatico americano, in contatto — lo ritraggono nel rapporto del marzo 1943 — con gli ambienti internazionali, persona assai intelligente, attiva, è verosimile che sia stato inviato in Svizzera con qualche incarico speciale». Dalle carte che riguardano il territorio elvetico spunta il passato di agente segreto di Mike Bongiorno, partigiano, un pezzo di storia d’Italia e figlio di un celebre avvocato di New York. Un agente Oss scrive al suo capo a Berna: «Un doppiogiochista dell’Ovra a Milano» dice che «tre agenti americani a San Vittore potrebbero forse essere rilasciati in cambio di tre tedeschi delle SS detenuti in Francia». Ecco i nomi, «Frank W. Pisciotta, 34 anni, il capitano House, 45, e Michel Buongiorno di New York». A Berna cadono dalle nuvole, nessuno sa chi sia questo Buongiorno. Senonché arriva un rapporto dall’agente speciale Max Corvo, leggendario cacciatore di fascisti, che rivela, testuale: «Mike è uno dei miei, lo voglio libero». Ora però, da una carta nello stesso faldone, compare pure il nome di Montanelli, rinchiuso a San Vittore quando venne catturato dai fascisti un istante prima di darsi alla macchia con i partigiani di Giustizia e Libertà. L’amicizia tra Mike e Indro nacque proprio lì, nelle celle del carcere milanese dove il futuro presentatore, da «scopino», raccoglieva i messaggi dei detenuti da far filtrare fuori. La «soffiata» di «Ciliegia» — ladro, ricattatore, truffatore, altro «doppiogiochista» che sarebbe piaciuto a Montanelli — dettaglia il retroscena della fuga: fu l’esito di una «colossale truffa poliziesca» ai danni dei nazisti, convinti che scarcerando il giornalista e altre persone, tra cui un’attrice americana, Dorothy Gibson, avrebbero potuto ricevere informazioni da usare contro la Resistenza. Invece erano «tutti d’accordo per fregare i tedeschi». Dopo che Indro evade, a Salò impazziscono di rabbia. Il 28 agosto il capo della polizia repubblichina in una nota «urgentissima-riservatissima» — questo foglio sta però all’Archivio Centrale di Stato — chiede ai sottoposti «di riferire con la massima urgenza se corrisponde al vero che tale Montanelli, giornalista collaboratore del Corriere della Sera, sia fuggito dalla prigione, rifugiandosi all’estero». Nel frattempo «il Ciliegia» fa altre «soffiate», dice che è in contatto con Dante «Gorreri, ex confinato del Pci», «fuggito dal carcere e accompagnato alla frontiera dal suo salvatore», uno delle brigate nere. Gorreri, poi deputato comunista, è al centro dei mille intrighi legati all’oro di Dongo, alle carte del Duce e alla falcidie dei partigiani a conoscenza di quei segreti, tra cui l’integerrimo Luigi Canali, il cui memoriale sarà cercato a lungo, ma vanamente, proprio da Indro. E a proposito, negli stessi paraggi: ecco un rapporto al controspionaggio Usa che, all’inizio del 1946, viene da «Beta», infiltrato negli «ambienti giornalistici romani». Q uesti sostiene che «la recente visita di Winston Churchill» al lago di Como e al Garda «avrebbe avuto come scopo principale l’esame dei documenti italiani, provenienti dal ministero degli Esteri e dal gabinetto del capo del governo — impossibile capire se si riferisse a Mussolini o a Ferruccio Parri, primo presidente del Consiglio dell’Italia libera, ndr —, che avrebbero potuto dare luogo ad attacchi al premier inglese». Erano un riferimento al carteggio con il Duce? «Beta» non sa altro. Ancora: ecco un documento che spunta da Salò. Una graff

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