Sostiene D’Alema che «le primarie in questo contesto sono una follia» e aggiunge con un vocabolario da centralismo democratico che «servirebbe invece un processo ordinato» . D’Alema sostiene che sarebbe fondamentale per il Campo largo trovare un accordo su un candidato premier di compromesso , perché «le primarie tra due leader di partito producono la crisi del partito che perde». Provocherebbero cioè un salasso di voti a danno della coalizione prima ancora di andare alle elezioni . Come non bastasse, l’estenuante braccio di ferro in atto tra Schlein e Conte «rischia di alimentare un progressivo logoramento del rapporto con l’elettorato». Insomma, le primarie «non vanno fatte». Al Nazareno, sede del Pd, hanno perso il conto di quanti sono concentrati in questa fase a sabotare il duello per la presidenza del Consiglio. Al quale la segretaria dem non intende rinunciare, siccome è convinta di vincere. Ma la sua scelta pone un problema che lo stato maggiore di Schlein scorge in questi «consigli interessati»: «È chiaro che se Elly andasse a palazzo Chigi, per loro non sarebbe possibile aspirare al Colle». E questi «loro» come l’hanno presa? Risposta: «Mica glielo abbiamo detto» . Non serviva, ci sono arrivati da soli. E da tempo si muovono barcamenandosi tra il sostegno più o meno esplicito a Conte e la ricerca di un terzo candidato . «Il fatto è che un terzo candidato non c’è», secondo un autorevole rappresentante dell’alleanza: «Perché in questo clima nessuno accetterebbe di esporsi per poi farsi impallinare». Così è tutto un giro di messaggi più o meno cifrati . Speranza, per esempio, dopo aver proposto di candidare come premier un «anziano partigiano», ha tentato di agganciare Conte sul nome di Bersani . Verso il quale il capo dei Cinque Stelle nutre grande stima, ma non al punto di cedergli il passo. A casa Schlein osservano «pezzi di antiquariato — così li definiscono — che cercano di inventarsi una strategia alternativa». La lista dei terzisti sotto osservazione comprende anche chi — come Ruffini e Gabrielli — si muove alla ricerca di un ruolo. Gentiloni ha molta più esperienza e non lascia impronte digitali. Ma la centrale identificata come il vero motore dell’operazione frondista è «il gruppo di Rinascita», rivista guidata da Bettini, con l’ex ministro Orlando alla direzione scientifica e lo spirito di D’Alema ad aleggiare come un guru. In questa fase l’ex presidente del Consiglio ha persino assunto un atteggiamento zen : parlando di Renzi — dopo aver giocato a freccette per anni con la sua foto — ha detto che «in politica non bisogna portare rancore». Figurarsi quindi se non si offre come consigliere disinteressato per Schlein e per Conte. In fondo al cuore si sente una riserva della Repubblica e potrebbe forse ancora dare il suo contributo. A livello internazionale vanta grandi rapporti. E in un recente dibattito ha preso le distanze dal costituzionalista Ceccanti , che divideva il mondo tra «democrazie e autocrazie», citando Xi Jinping: «La Cina ha risolto molti problemi. Funziona». Sembrava di sentire Conte, che teorizzò «l’equivicinanza dell’Italia con Washington e Pechino» quando era a Palazzo Chigi . Lì dove vuole tornare. E dove un pezzo del Pd (e non solo) vorrebbe mandarlo, per evitare che un governo a guida Schlein riduca i ministeri dei democratici e tolga loro la possibilità di rivendicare il Colle. Il sacro Graal che nella seconda Repubblica non hanno mai ceduto. Ma più il tempo passa, più si assottigliano i margini per sabotare le primarie che i Quirinabili di sinistra vedono come una minaccia . Intanto Conte li lascia macerarsi, giocando da battitore libero su temi che mettono in difficoltà gli alleati: politica estera, difesa, sicurezza, immigrazione. Ritiene di essere «il più preparato e il più affidabile». E se poi non dovesse arrivare a Palazzo Chigi, ipse dixit, «non è che la sinistra potrebbe avere tutto». Ecco.
I sabotatori delle primarie e il sostegno a Conte (anche dentro il Pd) di chi «aspira» al Quirinale
Sostiene D’Alema che «le primarie in questo contesto sono una follia» e aggiunge con un vocabolario da centralismo democratico che «servirebbe invece un processo ordinato» . D’Alema sostiene che sarebbe fondamentale per il Campo largo trovare un accordo su un candidato premier di compromesso , perché «le primarie tra due leader di partito producono la crisi del partito che perde». Provocherebbero cioè un salasso di voti a danno della coalizione prima ancora di andare alle elezioni . Come non bastasse, l’estenuante braccio di ferro in atto tra Schlein e Conte «rischia di alimentare un progressivo logoramento del rapporto con l’elettorato». Insomma, le primarie «non vanno fatte». Al Nazareno, sede del Pd, hanno perso il conto di quanti sono concentrati in questa fase a sabotare il duello per la presidenza del Consiglio. Al quale la segretaria dem non intende rinunciare, siccome è convinta di vincere. Ma la sua scelta pone un problema che lo stato maggiore di Schlein scorge in questi «consigli interessati»: «È chiaro che se Elly andasse a palazzo Chigi, per loro non sarebbe possibile aspirare al Colle». E questi «loro» come l’hanno presa? Risposta: «Mica glielo abbiamo detto» . Non serviva, ci sono arrivati da soli. E da tempo si muovono barcamenandosi tra il sostegno più o meno esplicito a Conte e la ricerca di un terzo candidato . «Il fatto è che un terzo candidato non c’è», secondo un autorevole rappresentante dell’alleanza: «Perché in questo clima nessuno accetterebbe di esporsi per poi farsi impallinare». Così è tutto un giro di messaggi più o meno cifrati . Speranza, per esempio, dopo aver proposto di candidare come premier un «anziano partigiano», ha tentato di agganciare Conte sul nome di Bersani . Verso il quale il capo dei Cinque Stelle nutre grande stima, ma non al punto di cedergli il passo. A casa Schlein osservano «pezzi di antiquariato — così li definiscono — che cercano di inventarsi una strategia alternativa». La lista dei terzisti sotto osservazione comprende anche chi — come Ruffini e Gabrielli — si muove alla ricerca di un ruolo. Gentiloni ha molta più esperienza e non lascia impronte digitali. Ma la centrale identificata come il vero motore dell’operazione frondista è «il gruppo di Rinascita», rivista guidata da Bettini, con l’ex ministro Orlando alla direzione scientifica e lo spirito di D’Alema ad aleggiare come un guru. In questa fase l’ex presidente del Consiglio ha persino assunto un atteggiamento zen : parlando di Renzi — dopo aver giocato a freccette per anni con la sua foto — ha detto che «in politica non bisogna portare rancore». Figurarsi quindi se non si offre come consigliere disinteressato per Schlein e per Conte. In fondo al cuore si sente una riserva della Repubblica e potrebbe forse ancora dare il suo contributo. A livello internazionale vanta grandi rapporti. E in un recente dibattito ha preso le distanze dal costituzionalista Ceccanti , che divideva il mondo tra «democrazie e autocrazie», citando Xi Jinping: «La Cina ha risolto molti problemi. Funziona». Sembrava di sentire Conte, che teorizzò «l’equivicinanza dell’Italia con Washington e Pechino» quando era a Palazzo Chigi . Lì dove vuole tornare. E dove un pezzo del Pd (e non solo) vorrebbe mandarlo, per evitare che un governo a guida Schlein riduca i ministeri dei democratici e tolga loro la possibilità di rivendicare il Colle. Il sacro Graal che nella seconda Repubblica non hanno mai ceduto. Ma più il tempo passa, più si assottigliano i margini per sabotare le primarie che i Quirinabili di sinistra vedono come una minaccia . Intanto Conte li lascia macerarsi, giocando da battitore libero su temi che mettono in difficoltà gli alleati: politica estera, difesa, sicurezza, immigrazione. Ritiene di essere «il più preparato e il più affidabile». E se poi non dovesse arrivare a Palazzo Chigi, ipse dixit, «non è che la sinistra potrebbe avere tutto». Ecco.

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