«Avevo vent’anni, ma nessuno dica che è stata l’età più bella della mia vita», diceva lo scrittore francese Paul Nizan. Uno studio dei ricercatori dell’Università di Cincinnati diretti da Emily Fisher pubblicato su Neurology sembra dargli ragione. Dall’inizio del millennio, tra le persone di vent’anni si sta infatti verificando un aumento del rischio di ictus , pericolo che si mantiene fino ai 54 anni . In compenso, i decessi a un mese dall’ictus risultano diminuiti: sia perché l’organismo dei giovani è più reattivo di quello degli anziani, sia per lo straordinario progresso nei trattamenti degli ultimi anni . Progressi sia farmacologici, come l’impiego dei trombolitici tipo rTPA entro tre ore dai primi sintomi, sia assistenziali con il ricovero nelle Stroke Unit , le aree di degenza correlate ai Pronto Soccorso e ai reparti di Neurologia ormai diffuse in tutta Italia, dove vari specialisti coordinati dal neurologo fanno superare ai pazienti il momento critico. Tutto questo sta generando un nuovo carico assistenziale che ricadrà sul Servizio sanitario nazionale già gravato da quello delle demenze che, per motivi epidemiologici, è ben più grave. Se infatti gli over 65 costituiscono la maggior parte della popolazione italiana (oltre 16 milioni), i ventenni (tra 20 e 29 anni) sono poco più di 6 milioni e i cinquantenni (tra 50 e 59 anni) circa 9 milioni . Ciò non consola perché, secondo lo studio Usa, l’incidenza degli ictus giovanili è triplicata e sta generando un nuovo fenomeno sanitario. Lo «Stroke Action Plan for Europe 2018-2030» indica che in l’Italia i decessi da ictus sono calati del 4,38% e la disabilità residua dello 0,89%, ma nonostante tutto sempre più pazienti vivranno con le sequele croniche dell’ictus e, se di pari passo non crescerà un sistema per far fronte a questo nuovo fenomeno, ne saremo travolti . Forse nasceranno anche le Post-ictus Unit perché non si tratta più solo di salvare vite, ma di fornire ai sopravvissuti una buona qualità di vita. Dal vecchio motto «brain is time» (il cervello è tempo), che indica la necessità di agire quanto prima per salvarlo da un ictus, dovremmo passare a «brain is care» (il cervello è cura) , perché come indica lo «Stroke Action Plan» europeo occorre fare più attenzione a ipertensione, fibrillazione atriale, dislipidemia e diabete, anche nella medicina di base; grossomodo gli stessi fattori descritti dai medici di Cincinnati per spiegare l’incremento di ictus giovanile: aumento di ipertensione, diabete, fibrillazione atriale e abuso di sostanze (soprattutto marijuana) .
Ictus, aumentano i casi nella fascia 20-54 anni: tra le cause ipertensione, diabete e abuso di sostanze
«Avevo vent’anni, ma nessuno dica che è stata l’età più bella della mia vita», diceva lo scrittore francese Paul Nizan. Uno studio dei ricercatori dell’Università di Cincinnati diretti da Emily Fisher pubblicato su Neurology sembra dargli ragione. Dall’inizio del millennio, tra le persone di vent’anni si sta infatti verificando un aumento del rischio di ictus , pericolo che si mantiene fino ai 54 anni . In compenso, i decessi a un mese dall’ictus risultano diminuiti: sia perché l’organismo dei giovani è più reattivo di quello degli anziani, sia per lo straordinario progresso nei trattamenti degli ultimi anni . Progressi sia farmacologici, come l’impiego dei trombolitici tipo rTPA entro tre ore dai primi sintomi, sia assistenziali con il ricovero nelle Stroke Unit , le aree di degenza correlate ai Pronto Soccorso e ai reparti di Neurologia ormai diffuse in tutta Italia, dove vari specialisti coordinati dal neurologo fanno superare ai pazienti il momento critico. Tutto questo sta generando un nuovo carico assistenziale che ricadrà sul Servizio sanitario nazionale già gravato da quello delle demenze che, per motivi epidemiologici, è ben più grave. Se infatti gli over 65 costituiscono la maggior parte della popolazione italiana (oltre 16 milioni), i ventenni (tra 20 e 29 anni) sono poco più di 6 milioni e i cinquantenni (tra 50 e 59 anni) circa 9 milioni . Ciò non consola perché, secondo lo studio Usa, l’incidenza degli ictus giovanili è triplicata e sta generando un nuovo fenomeno sanitario. Lo «Stroke Action Plan for Europe 2018-2030» indica che in l’Italia i decessi da ictus sono calati del 4,38% e la disabilità residua dello 0,89%, ma nonostante tutto sempre più pazienti vivranno con le sequele croniche dell’ictus e, se di pari passo non crescerà un sistema per far fronte a questo nuovo fenomeno, ne saremo travolti . Forse nasceranno anche le Post-ictus Unit perché non si tratta più solo di salvare vite, ma di fornire ai sopravvissuti una buona qualità di vita. Dal vecchio motto «brain is time» (il cervello è tempo), che indica la necessità di agire quanto prima per salvarlo da un ictus, dovremmo passare a «brain is care» (il cervello è cura) , perché come indica lo «Stroke Action Plan» europeo occorre fare più attenzione a ipertensione, fibrillazione atriale, dislipidemia e diabete, anche nella medicina di base; grossomodo gli stessi fattori descritti dai medici di Cincinnati per spiegare l’incremento di ictus giovanile: aumento di ipertensione, diabete, fibrillazione atriale e abuso di sostanze (soprattutto marijuana) .

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