Una torta con sopra il numero 477, come i giorni lontano dal campo . Il sorriso di tua figlia, seduta sulle gambe. La lettera di tua moglie, la donna che ti è stata accanto nell’anno e mezzo di sofferenza. E una frase: «Vuoi vedere un miracolo? Sii tu stesso un miracolo». Dejan Kulusevski festeggia il ritorno in gruppo dopo un tempo che non sembrava finire mai. Festeggia la «dimostrazione che la perseveranza, il coraggio e l'amore possono superare ciò che un tempo sembrava impossibile». L’11 maggio 2025, l’infortunio alla rotula destra . Poi la finale di Europa League con il suo Tottenham saltata, un recupero che procede troppo lentamente e un dolore che non passa mai. «Forse non tornerà». Qualcuno pensa che non giocherà più. Non lui. Non Dejan. Ha lavorato ogni singolo giorno per tornare. È la sua indole. Con lui, passa tutto dall'ossessione . Verso il calcio, verso il migliorarsi come professionista e, soprattutto, come essere umano. Lo hanno aiutato la lettura, la meditazione e la cura del corpo. E un’attenzione maniacale ai dettagli. Per lui questo ha sempre fatto la differenza. Ed è stato così, anche nel momento più duro della sua carriera. Nel nostro percorso tanto dipende da come e da quanto siamo capaci di affrontare ciò che la vita ci pone davanti. Che Kulusevski fosse pronto a farlo, forse, lo si poteva già capire quando da bambino a scuola gli chiedono di fare un discorso alla classe parlando dei suoi sogni. Parla di voler diventare un calciatore, certo. Ma va oltre: «Per me, avere successo significa farlo a modo mio, non come lo farebbe qualcun altro. Nessuno decide cosa o come devo farlo. E se si sta fallendo, bisogna continuare a provare finché non si avrà successo. Perché nulla è impossibile . L'impossibile richiede solo un po' più di tempo». Già, un po’ più di tempo. Come quando a 15 anni si trasferisce in Italia e veste la maglia dell’Atalanta e a causa di un problema per la sua iscrizione e un infortunio salta un anno intero. Pensa di tornare in Svezia dalla sua famiglia, ma resiste. Anche se a scuola non capisce la lingua e passa il tempo a scrivere filastrocche e schemi di gioco. O come quando, passati cinque anni e dopo una stagione da assoluto protagonista con il Parma, la Juve lo soffia all’Inter e lo porta a Torino in una squadra di campioni. I trofei arrivano, ma lo spazio è poco. Quella sensazione di fallimento si alimenta. «Ti senti malissimo, perché hai dedicato la tua vita a questo sport, allenandoti duramente, e poi ti ritrovi a guardare giocatori che non sono nemmeno ali giocare nel tuo ruolo. Onestamente, mi sentivo in imbarazzo, persino inutile . Alcuni hanno iniziato a dire che non ero abbastanza bravo, che ero troppo lento. E questo ti colpisce, al 100%. È normale, è umano», il suo racconto a The Players Tribune. Dejan ha bisogno di altro. Una nuova esperienza, un altro campionato, una cultura diversa. Va in Premier al Tottenham . L’inizio è difficile. Fino alla trasferta contro il Manchester City, la sliding door della sua carriera inglese. «Sarai titolare», l’avviso di Conte . Un gol e un assist. «Sono io, sono io!», grida al pubblico. E un po’ anche a sé stesso. Non si ferma più. Diventa un simbolo degli Spurs. È protagonista nella cavalcata in Europa League. Fino a quel giorno, l'11 maggio 2025. Fino a Tottenham-Crystal Palace. 15’, contatto con Guéhi. Prova a rimanere in campo, ma dopo 4 minuti il dolore al ginocchio è troppo forte. Non passerà. Neanche dopo l'operazione e la riabilitazione. Insegue il sogno del Mondiale con la sua Svezia, ma non recupera in tempo. Resta in piedi, nonostante tutto. «Racconterò alle nostre figlie di come il loro papà ha continuato ad andare avanti senza alcuna garanzia – scrive la moglie Eldina nella lettera dedicata a Kulusevski –. Racconterò loro di quando nessuno lo guardava, quando nessuno applaudiva e quando nessuno poteva promettergli che ne sarebbe valsa la pena. Racconterò loro di come il loro papà ha affrontato operazioni, dolore e battute d'arresto, di come ha dubitato di se stesso ed è caduto, ma si è sempre rialzato. Ogni. Singola. Volta». E in settimana, 477 giorni dopo l’infortunio , è tornato in campo con i suoi compagni. L'ossessione è stata più forte del dolore. Eccola, la luce oltre il buio. «Quando suona il fischio finale, il viaggio non è finito. È solo l'inizio di ciò che puoi realizzare». Il «miracolo» di Dejan Kulusevski. Ce l’ha fatta, ne era certo. Inizia il suo secondo tempo.
Il «miracolo» di Kulusevski, in campo 477 giorni dopo l’infortunio. I segreti del recupero, la lettera della moglie
Una torta con sopra il numero 477, come i giorni lontano dal campo . Il sorriso di tua figlia, seduta sulle gambe. La lettera di tua moglie, la donna che ti è stata accanto nell’anno e mezzo di sofferenza. E una frase: «Vuoi vedere un miracolo? Sii tu stesso un miracolo». Dejan Kulusevski festeggia il ritorno in gruppo dopo un tempo che non sembrava finire mai. Festeggia la «dimostrazione che la perseveranza, il coraggio e l'amore possono superare ciò che un tempo sembrava impossibile». L’11 maggio 2025, l’infortunio alla rotula destra . Poi la finale di Europa League con il suo Tottenham saltata, un recupero che procede troppo lentamente e un dolore che non passa mai. «Forse non tornerà». Qualcuno pensa che non giocherà più. Non lui. Non Dejan. Ha lavorato ogni singolo giorno per tornare. È la sua indole. Con lui, passa tutto dall'ossessione . Verso il calcio, verso il migliorarsi come professionista e, soprattutto, come essere umano. Lo hanno aiutato la lettura, la meditazione e la cura del corpo. E un’attenzione maniacale ai dettagli. Per lui questo ha sempre fatto la differenza. Ed è stato così, anche nel momento più duro della sua carriera. Nel nostro percorso tanto dipende da come e da quanto siamo capaci di affrontare ciò che la vita ci pone davanti. Che Kulusevski fosse pronto a farlo, forse, lo si poteva già capire quando da bambino a scuola gli chiedono di fare un discorso alla classe parlando dei suoi sogni. Parla di voler diventare un calciatore, certo. Ma va oltre: «Per me, avere successo significa farlo a modo mio, non come lo farebbe qualcun altro. Nessuno decide cosa o come devo farlo. E se si sta fallendo, bisogna continuare a provare finché non si avrà successo. Perché nulla è impossibile . L'impossibile richiede solo un po' più di tempo». Già, un po’ più di tempo. Come quando a 15 anni si trasferisce in Italia e veste la maglia dell’Atalanta e a causa di un problema per la sua iscrizione e un infortunio salta un anno intero. Pensa di tornare in Svezia dalla sua famiglia, ma resiste. Anche se a scuola non capisce la lingua e passa il tempo a scrivere filastrocche e schemi di gioco. O come quando, passati cinque anni e dopo una stagione da assoluto protagonista con il Parma, la Juve lo soffia all’Inter e lo porta a Torino in una squadra di campioni. I trofei arrivano, ma lo spazio è poco. Quella sensazione di fallimento si alimenta. «Ti senti malissimo, perché hai dedicato la tua vita a questo sport, allenandoti duramente, e poi ti ritrovi a guardare giocatori che non sono nemmeno ali giocare nel tuo ruolo. Onestamente, mi sentivo in imbarazzo, persino inutile . Alcuni hanno iniziato a dire che non ero abbastanza bravo, che ero troppo lento. E questo ti colpisce, al 100%. È normale, è umano», il suo racconto a The Players Tribune. Dejan ha bisogno di altro. Una nuova esperienza, un altro campionato, una cultura diversa. Va in Premier al Tottenham . L’inizio è difficile. Fino alla trasferta contro il Manchester City, la sliding door della sua carriera inglese. «Sarai titolare», l’avviso di Conte . Un gol e un assist. «Sono io, sono io!», grida al pubblico. E un po’ anche a sé stesso. Non si ferma più. Diventa un simbolo degli Spurs. È protagonista nella cavalcata in Europa League. Fino a quel giorno, l'11 maggio 2025. Fino a Tottenham-Crystal Palace. 15’, contatto con Guéhi. Prova a rimanere in campo, ma dopo 4 minuti il dolore al ginocchio è troppo forte. Non passerà. Neanche dopo l'operazione e la riabilitazione. Insegue il sogno del Mondiale con la sua Svezia, ma non recupera in tempo. Resta in piedi, nonostante tutto. «Racconterò alle nostre figlie di come il loro papà ha continuato ad andare avanti senza alcuna garanzia – scrive la moglie Eldina nella lettera dedicata a Kulusevski –. Racconterò loro di quando nessuno lo guardava, quando nessuno applaudiva e quando nessuno poteva promettergli che ne sarebbe valsa la pena. Racconterò loro di come il loro papà ha affrontato operazioni, dolore e battute d'arresto, di come ha dubitato di se stesso ed è caduto, ma si è sempre rialzato. Ogni. Singola. Volta». E in settimana, 477 giorni dopo l’infortunio , è tornato in campo con i suoi compagni. L'ossessione è stata più forte del dolore. Eccola, la luce oltre il buio. «Quando suona il fischio finale, il viaggio non è finito. È solo l'inizio di ciò che puoi realizzare». Il «miracolo» di Dejan Kulusevski. Ce l’ha fatta, ne era certo. Inizia il suo secondo tempo.

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