È l’estate del 1962 quando due ragazzi si incamminano da Nuova Delhi, più precisamente dalla tomba del Mahatma Gandhi, verso le capitali del mondo nucleare . Quattro mete: Mosca, Parigi, Londra e Washington DC. Poche regole: si cammina a piedi e senza soldi in tasca. Allora ragazzi, Satish Kumar e E. P. Menon intraprendono una straordinaria marcia per la pace di oltre 13mila chilometri. Oggi Kumar, novant’anni appena compiuti, è uno dei più longevi protagonisti dell’ambientalismo internazionale. La sua idea di pace, nel corso dei decenni, si è allargata fino a comprendere il rapporto con la natura: «Pace e natura sono strettamente interconnessi. Quando ci prendiamo cura del suolo, sarà il suolo a prendersi cura di tutto il resto». È questa la visione dell’eco-attivismo che domani, 25 settembre, porterà a “Terra Madre”, a Torino , dove parlerà di cibo, terra e suolo come elementi centrali della nostra vita. Che cosa significa oggi per lei essere un attivista? «Significa offrire il proprio tempo, il proprio servizio e il proprio impegno nella cura del pianeta, affinché le persone e il suolo siano in salute. E il suolo è importante quanto le persone. La parola human deriva da humus , in latino, suolo. Gli esseri umani, quindi, sono esseri del suolo: siamo fatti di suolo. Il nostro primo dovere, e la nostra prima forma di attivismo, è prendercene cura. Questo, per me, è l'eco-attivismo.» Come si intrecciano ecologia e pacifismo? «Non credo si intreccino, sono esattamente la stessa cosa. Personalmente sono stato un attivista per la pace e un eco-attivista. Il mio attivismo per la pace è iniziato quando ho attraversato il mondo a piedi. Un cammino di due anni e mezzo in cui volevo dire al mondo che dobbiamo fare pace prima di tutto con noi stessi, poi con tutti gli esseri umani e infine con la natura. Le guerre producono inquinamento e rifiuti, contribuiscono al riscaldamento globale e ai cambiamenti climatici e uccidono gli esseri umani.» Concetti giusti, ma che rischiano di rimanere utopia «Quando sono andato nei Paesi musulmani dicevo: “Siete musulmani, vi amo e faccio pace con voi”. E così ho fatto con cristiani, buddisti, comunisti, capitalisti. È utopia? La pace deve essere incondizionata. Non possiamo dire: “Farò pace con te solo se sarai d'accordo con me, se seguirai la mia religione, la mia politica o i miei valori”. Pace significa accettare il mondo così com’è, con i suoi difetti e le sue difficoltà, e tuttavia conviverci. Se l’utopia è irreale, non mi sembra che il realismo ci abbia portato lontano.» Qual è oggi la sfida ambientale più urgente? «Senza dubbio il cambiamento climatico. Stiamo utilizzando la natura come una risorsa per l'economia e, in suo nome, stiamo distruggendo l'ambiente. Stiamo mettendo il denaro e il profitto davanti al clima, all'acqua, al suolo e all'aria. Si pensa spesso che i pacifisti vivano sulle nuvole, ma senza aria, acqua, cibo e suolo non possiamo sopravvivere. Quindi non mi sembra un discorso irrealistico. Siamo diventati schiavi della crescita economica, dimenticandoci che la nostra sopravvivenza dipende proprio dalle risorse che stiamo distruggendo.» Che cosa ha imparato oggi dall'attivismo che non aveva ancora capito da giovane? «Quando ero giovane i problemi ambientali non erano evidenti come oggi. Ora ho capito che il nostro attivismo deve essere collegato ai valori ecologici e sociali. Ho scritto un libro intitolato Soil, Soul, Society . “Soil” è la natura: dobbiamo fare pace con la natura. “Soul” è il sé, noi stessi: dobbiamo fare pace con noi stessi. “Society” è la società: dobbiamo fare pace con il mondo umano. Oggi ho una comprensione molto più profonda e sono molto più attivo sul tema dell'equilibrio ecologico e dell'equilibrio sociale.» Come possiamo trasformare il rispetto per la Terra in scelte concrete nella nostra vita quotidiana? «Bisogna prima di tutto conoscerla la Terra. È nostra madre. È per questo che Carlo Petrini ha dato vita al movimento Slow Food e ha chiamato “Terra Madre” la sua manifestazione. Senza il suolo non esisterebbe nulla e deve essere protetto prima della nostra economia globale, del profitto, dell'industria e degli affari. Tutto questo viene dopo. L'economia dev’essere in equilibrio con l'ecologia. Ecologia significa conoscenza dell'ecosistema. Economia è gestione dell'ecosistema. Non si può gestire un ecosistema senza conoscerlo. Ecologia ed economia sono due facce della stessa medaglia, bisogna trovare un equilibrio tra le due. In questo momento il mondo è ossessionato dall'economia e non conosce abbastanza l'ecologia. Il mio eco-attivismo consiste nel riportare insieme ecologia ed economia, affinché la Terra venga protetta e le generazioni future possano ereditare questo bellissimo. Quindi, nel concreto, dobbiamo tenere in conto questi principi quando andiamo a fare le spesa, quando incontriamo l’altro, quando facciamo scelte civiche. E poi dovremmo vivere una vita semplice, che riporti la bellezza nel nostro quotidiano. La natura è bellissima: gli alberi, i fiori, i fiumi, gli uccelli, gli animali, gli esseri umani. Ma i nostri camion, i trattori, i macchinari industriali, molte delle abitazioni moderne non lo sono.» Come si cambia rotta? «Attraverso la non violenza. Non dobbiamo imporre nulla. Si tratta di un cambiamento del cuore, della mente e delle idee attraverso la persuasione. Il mio eco-attivismo è non violento. Voglio far comprendere alle persone l'importanza della natura, della pace, dell'armonia, invece di perseguire in modo unilaterale la crescita economica. Per me questa crescita deve essere in equilibrio con la comprensione ecologica. Seguo l'esempio di Mahatma Gandhi, Martin Luther King e Nelson Mandela. Sono i miei eroi e praticando la non violenza hanno liberato interi popoli.» Lei ha attraversato il mondo a piedi e oggi continua a parlare di ecologia, semplicità e connessione con la Terra. Guardando a questi decenni, cosa crede che abbiamo capito e che cosa invece continuiamo a non voler vedere? «Il movimento ecologista oggi è molto più compreso. Oggi l’agricoltura biologica sta crescendo in tutto il mondo e le persone sono sempre più consapevoli delle questioni ambientali. Stiamo facendo progressi e c'è un'opinione molto più forte e diffusa sull'ecologia, sullo Slow Food, sulla salute, sulla bellezza e sull'ambiente. Dall’altro lato, però, stiamo affrontando anche grandi problemi legati alle guerre. Ma rimango positivo, c’è una comprensione molto maggiore dell'armonia ecologica e sono molte di più le persone coinvolte.» C’è qualcosa che stiamo facendo finta di non vedere in questi anni? «La società è troppo concentrata unicamente sulla crescita economica. Non voglio demonizzare l’economia, ma siamo già oltre: è culto del denaro. È questo quello che dovremmo cominciare a vedere più chiaramente. Pensate alle università, non sono più luoghi del sapere, ma luoghi per trovare lavoro nel vecchio sistema industriale, che è più inquinante e produce rifiuti. E il mondo intero produce montagne di rifiuti. Vorrei vedere una trasformazione in questo senso.» È per questo che ha fondato a Londra lo Schumacher College in Inghilterra? «Sì, l’ho fondato nel 1991, perché volevo che i giovani avessero un approccio all'apprendimento incentrato sulla vita, esplorando come l'educazione possa rispondere alle sfide ecologiche e sociali. E vorrei che tutte le università del mono sviluppassero un nuovo tipo di educazione. Se i lavori producono inquinamento e rifiuti, non sono buoni lavori. Dovremmo cercare un lavoro che non produca inquinamento né rifiuti. Abbiamo bisogno di una rivoluzione nell'educazione, che riscopra il valore della bellezza.» A proposito di bellezza, qual è l'immagine più bella che conserva della sua marcia per la pace? «Ero in Georgia, fui invitato a pranzo in una fabbrica di tè. Una donna me ne diede quattro pacchetti e mi disse: “Vorrei che consegnassi un pacchetto al nostro primo ministro al Cremlino, il secondo al presidente della Francia all'Eliseo, il terzo a Downing Street a Londra e il quarto alla Casa Bianca. E vorrei che portassi loro un messaggio da parte mia”. Il messaggio era: “Se mai aveste la folle idea di premere il pulsante nucleare, fermatevi per un momento, preparate una tazza di tè della pace e invitate il vostro avversario a berla con voi”. Il tè della pace è più potente dei carri armati, delle armi e delle bombe nucleari. Dovremmo bere il tè insieme invece di ucciderci. Ho consegnato quei pacchetti di tè chiedendo ai leader di non usare le armi nucleari, ma di fare la pace e bere il tè con il proprio avversario.»
La pace comincia dalla cura del suolo, Satish Kumar parla di attivismo al “Terra Madre”: «Non ci può essere ecologia nella violenza»
È l’estate del 1962 quando due ragazzi si incamminano da Nuova Delhi, più precisamente dalla tomba del Mahatma Gandhi, verso le capitali del mondo nucleare . Quattro mete: Mosca, Parigi, Londra e Washington DC. Poche regole: si cammina a piedi e senza soldi in tasca. Allora ragazzi, Satish Kumar e E. P. Menon intraprendono una straordinaria marcia per la pace di oltre 13mila chilometri. Oggi Kumar, novant’anni appena compiuti, è uno dei più longevi protagonisti dell’ambientalismo internazionale. La sua idea di pace, nel corso dei decenni, si è allargata fino a comprendere il rapporto con la natura: «Pace e natura sono strettamente interconnessi. Quando ci prendiamo cura del suolo, sarà il suolo a prendersi cura di tutto il resto». È questa la visione dell’eco-attivismo che domani, 25 settembre, porterà a “Terra Madre”, a Torino , dove parlerà di cibo, terra e suolo come elementi centrali della nostra vita. Che cosa significa oggi per lei essere un attivista? «Significa offrire il proprio tempo, il proprio servizio e il proprio impegno nella cura del pianeta, affinché le persone e il suolo siano in salute. E il suolo è importante quanto le persone. La parola human deriva da humus , in latino, suolo. Gli esseri umani, quindi, sono esseri del suolo: siamo fatti di suolo. Il nostro primo dovere, e la nostra prima forma di attivismo, è prendercene cura. Questo, per me, è l'eco-attivismo.» Come si intrecciano ecologia e pacifismo? «Non credo si intreccino, sono esattamente la stessa cosa. Personalmente sono stato un attivista per la pace e un eco-attivista. Il mio attivismo per la pace è iniziato quando ho attraversato il mondo a piedi. Un cammino di due anni e mezzo in cui volevo dire al mondo che dobbiamo fare pace prima di tutto con noi stessi, poi con tutti gli esseri umani e infine con la natura. Le guerre producono inquinamento e rifiuti, contribuiscono al riscaldamento globale e ai cambiamenti climatici e uccidono gli esseri umani.» Concetti giusti, ma che rischiano di rimanere utopia «Quando sono andato nei Paesi musulmani dicevo: “Siete musulmani, vi amo e faccio pace con voi”. E così ho fatto con cristiani, buddisti, comunisti, capitalisti. È utopia? La pace deve essere incondizionata. Non possiamo dire: “Farò pace con te solo se sarai d'accordo con me, se seguirai la mia religione, la mia politica o i miei valori”. Pace significa accettare il mondo così com’è, con i suoi difetti e le sue difficoltà, e tuttavia conviverci. Se l’utopia è irreale, non mi sembra che il realismo ci abbia portato lontano.» Qual è oggi la sfida ambientale più urgente? «Senza dubbio il cambiamento climatico. Stiamo utilizzando la natura come una risorsa per l'economia e, in suo nome, stiamo distruggendo l'ambiente. Stiamo mettendo il denaro e il profitto davanti al clima, all'acqua, al suolo e all'aria. Si pensa spesso che i pacifisti vivano sulle nuvole, ma senza aria, acqua, cibo e suolo non possiamo sopravvivere. Quindi non mi sembra un discorso irrealistico. Siamo diventati schiavi della crescita economica, dimenticandoci che la nostra sopravvivenza dipende proprio dalle risorse che stiamo distruggendo.» Che cosa ha imparato oggi dall'attivismo che non aveva ancora capito da giovane? «Quando ero giovane i problemi ambientali non erano evidenti come oggi. Ora ho capito che il nostro attivismo deve essere collegato ai valori ecologici e sociali. Ho scritto un libro intitolato Soil, Soul, Society . “Soil” è la natura: dobbiamo fare pace con la natura. “Soul” è il sé, noi stessi: dobbiamo fare pace con noi stessi. “Society” è la società: dobbiamo fare pace con il mondo umano. Oggi ho una comprensione molto più profonda e sono molto più attivo sul tema dell'equilibrio ecologico e dell'equilibrio sociale.» Come possiamo trasformare il rispetto per la Terra in scelte concrete nella nostra vita quotidiana? «Bisogna prima di tutto conoscerla la Terra. È nostra madre. È per questo che Carlo Petrini ha dato vita al movimento Slow Food e ha chiamato “Terra Madre” la sua manifestazione. Senza il suolo non esisterebbe nulla e deve essere protetto prima della nostra economia globale, del profitto, dell'industria e degli affari. Tutto questo viene dopo. L'economia dev’essere in equilibrio con l'ecologia. Ecologia significa conoscenza dell'ecosistema. Economia è gestione dell'ecosistema. Non si può gestire un ecosistema senza conoscerlo. Ecologia ed economia sono due facce della stessa medaglia, bisogna trovare un equilibrio tra le due. In questo momento il mondo è ossessionato dall'economia e non conosce abbastanza l'ecologia. Il mio eco-attivismo consiste nel riportare insieme ecologia ed economia, affinché la Terra venga protetta e le generazioni future possano ereditare questo bellissimo. Quindi, nel concreto, dobbiamo tenere in conto questi principi quando andiamo a fare le spesa, quando incontriamo l’altro, quando facciamo scelte civiche. E poi dovremmo vivere una vita semplice, che riporti la bellezza nel nostro quotidiano. La natura è bellissima: gli alberi, i fiori, i fiumi, gli uccelli, gli animali, gli esseri umani. Ma i nostri camion, i trattori, i macchinari industriali, molte delle abitazioni moderne non lo sono.» Come si cambia rotta? «Attraverso la non violenza. Non dobbiamo imporre nulla. Si tratta di un cambiamento del cuore, della mente e delle idee attraverso la persuasione. Il mio eco-attivismo è non violento. Voglio far comprendere alle persone l'importanza della natura, della pace, dell'armonia, invece di perseguire in modo unilaterale la crescita economica. Per me questa crescita deve essere in equilibrio con la comprensione ecologica. Seguo l'esempio di Mahatma Gandhi, Martin Luther King e Nelson Mandela. Sono i miei eroi e praticando la non violenza hanno liberato interi popoli.» Lei ha attraversato il mondo a piedi e oggi continua a parlare di ecologia, semplicità e connessione con la Terra. Guardando a questi decenni, cosa crede che abbiamo capito e che cosa invece continuiamo a non voler vedere? «Il movimento ecologista oggi è molto più compreso. Oggi l’agricoltura biologica sta crescendo in tutto il mondo e le persone sono sempre più consapevoli delle questioni ambientali. Stiamo facendo progressi e c'è un'opinione molto più forte e diffusa sull'ecologia, sullo Slow Food, sulla salute, sulla bellezza e sull'ambiente. Dall’altro lato, però, stiamo affrontando anche grandi problemi legati alle guerre. Ma rimango positivo, c’è una comprensione molto maggiore dell'armonia ecologica e sono molte di più le persone coinvolte.» C’è qualcosa che stiamo facendo finta di non vedere in questi anni? «La società è troppo concentrata unicamente sulla crescita economica. Non voglio demonizzare l’economia, ma siamo già oltre: è culto del denaro. È questo quello che dovremmo cominciare a vedere più chiaramente. Pensate alle università, non sono più luoghi del sapere, ma luoghi per trovare lavoro nel vecchio sistema industriale, che è più inquinante e produce rifiuti. E il mondo intero produce montagne di rifiuti. Vorrei vedere una trasformazione in questo senso.» È per questo che ha fondato a Londra lo Schumacher College in Inghilterra? «Sì, l’ho fondato nel 1991, perché volevo che i giovani avessero un approccio all'apprendimento incentrato sulla vita, esplorando come l'educazione possa rispondere alle sfide ecologiche e sociali. E vorrei che tutte le università del mono sviluppassero un nuovo tipo di educazione. Se i lavori producono inquinamento e rifiuti, non sono buoni lavori. Dovremmo cercare un lavoro che non produca inquinamento né rifiuti. Abbiamo bisogno di una rivoluzione nell'educazione, che riscopra il valore della bellezza.» A proposito di bellezza, qual è l'immagine più bella che conserva della sua marcia per la pace? «Ero in Georgia, fui invitato a pranzo in una fabbrica di tè. Una donna me ne diede quattro pacchetti e mi disse: “Vorrei che consegnassi un pacchetto al nostro primo ministro al Cremlino, il secondo al presidente della Francia all'Eliseo, il terzo a Downing Street a Londra e il quarto alla Casa Bianca. E vorrei che portassi loro un messaggio da parte mia”. Il messaggio era: “Se mai aveste la folle idea di premere il pulsante nucleare, fermatevi per un momento, preparate una tazza di tè della pace e invitate il vostro avversario a berla con voi”. Il tè della pace è più potente dei carri armati, delle armi e delle bombe nucleari. Dovremmo bere il tè insieme invece di ucciderci. Ho consegnato quei pacchetti di tè chiedendo ai leader di non usare le armi nucleari, ma di fare la pace e bere il tè con il proprio avversario.»

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