Roberto Mancini ignora il peccato originale. È la sua forza, il suo genio. Però poi i valori sono varianti, anche i suoi, che lui lo percepisca, lo capisca o no. Ciascuno di noi si tiene stretta la propria etica, quel po’ di morale possibile. Così, adesso, alla vigilia di Italia-Belgio , esordio della nazionale in Nations League allo stadio Olimpico di Roma, molti di noi lo osservano forse non proprio con fastidio o rancore, ma certo è dura dimenticare come e perché scappò dalla casa azzurra di notte, al buio, lasciando la divisa da cittì appesa all’attaccapanni e portandosi dietro solo un valigione vuoto, che avrebbe poi riempito al sole del deserto con i dollari generosamente elargiti dagli arabi. Mancini è il ritratto del predestinato che si sente piuttosto fico e autorizzato, per questo, a fare tutto quello che gli garba di più, gli conviene di più: è uno capace di unire il talento — luminoso sia da calciatore che da allenatore — alle buone maniere, dietro le quali nasconde furbizia, presunzione, spregiudicatezza, ipocrisia. S’è anche conquistato la fama di essere particolarmente fortunato. Io resto dell’idea che la fortuna devi pure un po’ cercartela. Mancini, per dire, vince l’Europeo — che per il calcio italiano rappresentò una tremenda, fatale illusione — facendo giocare agli azzurri un calcio davvero pieno di armonia, ben palleggiato e con tagli sontuosi grazie alla splendida intuizione di tenere insieme due registi come Verratti e Jorginho : certo poi un destino benevolo gli consente di usufruire dell’ultimo splendido tramonto di Bonucci e Chiellini e di superare vittorioso il martirio dei rigori sia in semifinale (contro la Spagna), sia in finale (contro l’Inghilterra). Le stagioni di grazia vanno e vengono, però, anche per lui. Azzecca l’iscrizione nel circolo giusto, l’Aniene, leggendario luogo di potere e di bellezza sul Tevere, tra affari e tennis, lobbismo vagamente snob e canottaggio, più memorabili tornei di calcetto in cui lui, Mancini, confeziona assist al bacio per Giovanni Malagò, il presidente. Non solo del circolo, ma pure della Federcalcio. Che — dopo il tragico pasticcio Maldini-Pirlo — lo richiama sulla panchina azzurra. Più o meno, è andata così. E, per qualche settimana, a Mancini è sembrato fosse andata ancora una volta molto bene. Poi è cominciata la grande caccia proprio a Malagò. Di chi? Ma come di chi? Del ministro per lo Sport, Andrea Abodi (un pariolino come Malagò, però destrorso) e del suo collega dell’Economia, il potente Giancarlo Giorgetti (ai quali sembra intenzionato ad accodarsi pure il presidente del Coni, Luciano Buonfiglio, a lungo oscuro presidente della Federazione Italiana Canoa e Kayak, che Malagò designò come suo erede e che, ora, sarebbe propenso a interpretare il codice della riconoscenza in un modo tutto suo). L’ostinazione con cui Abodi e Giorgetti (più nell’ombra) braccano Malagò ha pochi precedenti. Una faccenda quasi privata, con un progetto finale preciso: commissariarlo. S’aggrappano, per riuscirci, a un vizio di forma, il mancato tesseramento di Malagò nel momento in cui presenta la sua candidatura alla presidenza della Figc. È ormai una brutta storia di sciocchi cavilli burocratici e sguardi ostili, una battaglia politica scoperta e violenta, senza scrupoli: anche se così si indebolisce un’istituzione, la Federcalcio, in cerca di rilancio dopo tre Mondiali mancati, si toglie forza e fascino al suo nuovo presidente — che appariva, e appare, per cultura sportiva, esperienza e passione, l’unico in grado di rilanciare la nostra fabbrica del pallone — e si mette in una pessima posizione pure il commissario tecnico azzurro, Mancini. Che, in questo tribolato ritorno, tanto voluto non è nemmeno mai stato. Tutti sappiamo che la Lega di A avrebbe preferito, al suo posto, Antonio Conte. Giuseppe Marotta pretendeva Conte. Malagò, però, fu netto: «Decido io, la responsabilità è mia: il cittì è Mancio». Il quale si sentiva più che coperto, blindato. Aveva persino evitato di tingersi il ciuffo nel vecchio color mogano, optando per un grigio naturale. Ma adesso? Mancini è solo. Malagò ha altro a cui pensare. Ora è diventata una faccenda tra i tifosi italiani e la sua Nazionale. Lui, un filo baldanzoso: «Sono sicuro che vinceremo un trofeo nei prossimi quattro anni». Un tempo lunare. I tifosi hanno poca pazienza, Mancini ha poco tempo. Negli occhi e nel cuore di tutti, purtroppo, resistono le immagine della penosa notte di Zenica. Molti dei giganti che erano in campo sono stati persino richiamati, le facce nuove e giovani sono numerose e arrivano anche da altri campionati. Ma non s’intravedono fuoriclasse, come si sapeva. Questa è la situazione. Siamo messi così. Comunque, vediamo. Ci faccia vedere, gentile Mancini.