L'operaio del domani indosserà indumenti e occhiali in grado di mandare impulsi alla macchina con la quale sta lavorando, la quale valuterà il grado di stress e di attenzione . E la macchina adatterà i suoi tempi e le sue funzioni alle esigenze di chi la sta usando. Ulteriore dettaglio: l'operaio in questione sarà molto probabilmente un over 50 . Uno scenario di fantasia? No, è già la realtà a cui si sta applicando il Lab Village, istituto di ricerca dell'università di Padova in collaborazione con un'azienda del territorio. Un terreno nuovo che nasce da due dati oggettivi: la trasformazione digitale che sta travolgendo il mondo della manifattura e il fatto che i lavoratori anziani sono una risorsa senza la quale lo sviluppo economico è destinato a fermarsi. Per capire cosa sta avvenendo occorre partire da un dato conclamato a livello nazionale certificato dall’Inps : tra il 2019 e il 2025 gli over 55 al lavoro sono aumentati del 65%. È il segmento del mercato del lavoro cresciuto più di tutti gli altri, «segno di un Paese che lavora più a lungo perché è cambiata la struttura della popolazione» conferma il presidente dell’istituto di previdenza Gabriele Fava. Il calo delle nascite e la perdita netta di popolazione attiva porta a uno scenario che l’ Osservatorio veneto sul lavoro descrive in questi termini: se l’economia crescerà ai ritmi attuali (quasi nulli) tra quattro anni nella regione mancheranno 189.000 lavoratori. Se il pil si risveglierà, il gap salirà a 300.000. Come rimediare? Con nuovi immigrati e con la permanenza al lavoro della manodopera in età da pensione. Quest’ultima dovrà coprire tra il 56 e il 62% del fabbisogno. Senza il loro apporto si rischia il declino. Su queste torsioni pesano l’allungamento dell’età pensionabile, ma anche la fuga dei giovani all’estero o il fatto che questi ultimi preferiscano - secondo una ricerca della Cgia di Mestre - le grandi aziende alle piccole medie imprese (ma anni fa persino un colosso come Fincantieri si appellò ai suoi operai anziani ). Quest’ultima fascia è la più colpita dalla carenza di manodopera e molti piccoli imprenditori chiedono ai loro dipendenti più esperti di non lasciare il posto di lavoro. E così, cresce il numero degli imprenditori in cerca di lavoratori «maturi»: lo ha fatto la De Angeli di Bagnoli Sopra (Padova) che degli over 50 apprezza dedizione e attaccamento al lavoro. Altrettanto ha fatto la Salmaso di Fossò (Venezia) che per le sue calzature di lusso cerca over 50 specializzati. Nel 2022 stessa strada fu intrapresa dalla Siltech di Brendola , nel Vicentino. Il mondo della produzione, insomma, cambia in fretta e c’è chi prova a giocare d’anticipo. Caso di scuola può essere considerato il progetto (finanziato anche da fondi Pnrr) avviato dal Lab Village dell’Università in collaborazione con la BNP, piccola azienda di Cittadella specializzata in macchine industriali ergonomiche. Nella fabbrica, nelle linee di produzione immaginate da Lab Village il protagonista è il Cobot , un robot in grado di dialogare con l’operaio. Quest’ultimo indossa magliette «intelligenti», bracciali, visori che sorvegliano dilatazione della pupilla o movimento degli occhi in grado di inviare alla macchina una serie di parametri (lo stress, il livello di attenzione, la correttezza delle mansioni svolte, il battito cardiaco, le tensioni dei muscoli) ma la rivoluzione consiste in questo: è la macchina ad adattarsi ai ritmi di lavoro di chi la manovra e non viceversa. Luciano Gamberini, professore ordinario di psicologia del lavoro a Padova e coordinatore del Lab Village spiega la filosofia alla base del progetto: «Si tratta di rimettere al centro l’uomo e le sue esigenze, il contrario di quanto avveniva nelle fabbriche fordiste e delle catene di montaggio». Facile a dirsi, ma non a farsi, specie se i luoghi della produzione sono sottoposti a due forze contrapposte: da una parte l’accelerazione impressa dalla rivoluzione digitale e dall’intelligenza artificiale, dall’altra una crescente penuria di manodopera e per giunta sempre più anziana e meno propensa ad aggiornarsi. Occorre dunque ripensare macchinari, isole di lavoro, linee di produzione. «Dopo i 50 anni - prosegue Gamberini - una serie di facoltà sia fisiche che cognitive cominciano a calare e così pensiamo a macchine in grado di fornire un supporto di questo tipo in modo che tutti possano vivere il cambiamento ». Dal laboratorio alla fabbrica: se il Cobot avverte un affaticamento o una deconcentrazione dell’operatore può rallentare la sua velocità o inviare segnali in modo da indirizzare l’attenzione del lavoratore su alcune operazioni che rischia di sbagliare. «In questo modo - ecco ancora le parole del ricercatore - il macchinario riconosce qualità e limiti, si adatta e il risultato è triplice: si tutela la salute del lavoratore, crescono la produttività e la qualità del prodotto». In conclusione, le fabbriche del domani potrebbero essere luoghi meno alienanti di quelle raccontate in capolavori come «Tempi moderni» di Charlie Chaplin o «La classe operaia va in paradiso». Anche se molto spesso i l lavoratore del futuro rischia di essere...quello del passato . Almeno anagraficamente.
Padova, la fabbrica smart per operai over 55: sempre più richiesti, senza di loro l’economia si ferma
L'operaio del domani indosserà indumenti e occhiali in grado di mandare impulsi alla macchina con la quale sta lavorando, la quale valuterà il grado di stress e di attenzione . E la macchina adatterà i suoi tempi e le sue funzioni alle esigenze di chi la sta usando. Ulteriore dettaglio: l'operaio in questione sarà molto probabilmente un over 50 . Uno scenario di fantasia? No, è già la realtà a cui si sta applicando il Lab Village, istituto di ricerca dell'università di Padova in collaborazione con un'azienda del territorio. Un terreno nuovo che nasce da due dati oggettivi: la trasformazione digitale che sta travolgendo il mondo della manifattura e il fatto che i lavoratori anziani sono una risorsa senza la quale lo sviluppo economico è destinato a fermarsi. Per capire cosa sta avvenendo occorre partire da un dato conclamato a livello nazionale certificato dall’Inps : tra il 2019 e il 2025 gli over 55 al lavoro sono aumentati del 65%. È il segmento del mercato del lavoro cresciuto più di tutti gli altri, «segno di un Paese che lavora più a lungo perché è cambiata la struttura della popolazione» conferma il presidente dell’istituto di previdenza Gabriele Fava. Il calo delle nascite e la perdita netta di popolazione attiva porta a uno scenario che l’ Osservatorio veneto sul lavoro descrive in questi termini: se l’economia crescerà ai ritmi attuali (quasi nulli) tra quattro anni nella regione mancheranno 189.000 lavoratori. Se il pil si risveglierà, il gap salirà a 300.000. Come rimediare? Con nuovi immigrati e con la permanenza al lavoro della manodopera in età da pensione. Quest’ultima dovrà coprire tra il 56 e il 62% del fabbisogno. Senza il loro apporto si rischia il declino. Su queste torsioni pesano l’allungamento dell’età pensionabile, ma anche la fuga dei giovani all’estero o il fatto che questi ultimi preferiscano - secondo una ricerca della Cgia di Mestre - le grandi aziende alle piccole medie imprese (ma anni fa persino un colosso come Fincantieri si appellò ai suoi operai anziani ). Quest’ultima fascia è la più colpita dalla carenza di manodopera e molti piccoli imprenditori chiedono ai loro dipendenti più esperti di non lasciare il posto di lavoro. E così, cresce il numero degli imprenditori in cerca di lavoratori «maturi»: lo ha fatto la De Angeli di Bagnoli Sopra (Padova) che degli over 50 apprezza dedizione e attaccamento al lavoro. Altrettanto ha fatto la Salmaso di Fossò (Venezia) che per le sue calzature di lusso cerca over 50 specializzati. Nel 2022 stessa strada fu intrapresa dalla Siltech di Brendola , nel Vicentino. Il mondo della produzione, insomma, cambia in fretta e c’è chi prova a giocare d’anticipo. Caso di scuola può essere considerato il progetto (finanziato anche da fondi Pnrr) avviato dal Lab Village dell’Università in collaborazione con la BNP, piccola azienda di Cittadella specializzata in macchine industriali ergonomiche. Nella fabbrica, nelle linee di produzione immaginate da Lab Village il protagonista è il Cobot , un robot in grado di dialogare con l’operaio. Quest’ultimo indossa magliette «intelligenti», bracciali, visori che sorvegliano dilatazione della pupilla o movimento degli occhi in grado di inviare alla macchina una serie di parametri (lo stress, il livello di attenzione, la correttezza delle mansioni svolte, il battito cardiaco, le tensioni dei muscoli) ma la rivoluzione consiste in questo: è la macchina ad adattarsi ai ritmi di lavoro di chi la manovra e non viceversa. Luciano Gamberini, professore ordinario di psicologia del lavoro a Padova e coordinatore del Lab Village spiega la filosofia alla base del progetto: «Si tratta di rimettere al centro l’uomo e le sue esigenze, il contrario di quanto avveniva nelle fabbriche fordiste e delle catene di montaggio». Facile a dirsi, ma non a farsi, specie se i luoghi della produzione sono sottoposti a due forze contrapposte: da una parte l’accelerazione impressa dalla rivoluzione digitale e dall’intelligenza artificiale, dall’altra una crescente penuria di manodopera e per giunta sempre più anziana e meno propensa ad aggiornarsi. Occorre dunque ripensare macchinari, isole di lavoro, linee di produzione. «Dopo i 50 anni - prosegue Gamberini - una serie di facoltà sia fisiche che cognitive cominciano a calare e così pensiamo a macchine in grado di fornire un supporto di questo tipo in modo che tutti possano vivere il cambiamento ». Dal laboratorio alla fabbrica: se il Cobot avverte un affaticamento o una deconcentrazione dell’operatore può rallentare la sua velocità o inviare segnali in modo da indirizzare l’attenzione del lavoratore su alcune operazioni che rischia di sbagliare. «In questo modo - ecco ancora le parole del ricercatore - il macchinario riconosce qualità e limiti, si adatta e il risultato è triplice: si tutela la salute del lavoratore, crescono la produttività e la qualità del prodotto». In conclusione, le fabbriche del domani potrebbero essere luoghi meno alienanti di quelle raccontate in capolavori come «Tempi moderni» di Charlie Chaplin o «La classe operaia va in paradiso». Anche se molto spesso i l lavoratore del futuro rischia di essere...quello del passato . Almeno anagraficamente.

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