«Non c’era bisogno di prendere accordi prima di una telecronaca. A volte non servivano nemmeno troppe parole. Con uno sguardo, Elena diceva tante cose e spalancava una meraviglia , poi faceva il pugno per incoraggiare il giocatore italiano impegnato in campo. Tifava con la grazia e la spontaneità di un’innamorata del tennis». Paolo Bertolucci , indimenticato eroe della Coppa Davis ‘76 , la prima della nostra storia, ha avuto accanto Elena Pero come compagna di doppio nella cabina di commento di Sky Sport per più tempo di quanto ne abbia speso in campo con Adriano Panatta, l’amico di una vita. È a lui che chiediamo un ricordo di Elena, scomparsa giovedì sera a Milano a 60 anni per una malattia incurabile. Era entrata a Telepiù come giornalista praticante , si era conquistata con bravura il microfono che era stato di Tommasi e Clerici . Un’eredità portata sulle spalle fino all’ultima telecronaca. A Wimbledon, il 12 luglio: la finale tra Sinner e Zverev. Alla fine vi eravate dati appuntamento per l’Open Usa. «A Wimbledon c’erano i soliti sbalzi di temperatura: caldo fuori, il gelo dell’aria condizionata dentro. Elena aveva la sua sciarpettina stretta al collo, ogni tanto dava un colpo di tosse. Non mi ero allarmato, benché sapessi che nel 2024 era già stata molto male. Nelle chiacchiere fuori onda mi raccontava che il marito Sergio, produttore di Sky, sarebbe andato in pensione di lì a poco: sto pensando di ritirarmi anch’io, così facciamo i nostri giri... Quando il torneo è finito con la vittoria di Jannik Sinner, le ho detto: "oh ascolta Elena, ora bisogna dargli una mano a questo ragazzo, vinciamo Wimbledon per la terza volta con lui e poi ce ne andiamo insieme". Le ho dato un bacio sulla fronte: arrivederci all’Open degli Stati Uniti. Ma lì, a fine agosto, mi sono ritrovato solo». Qual era il talento di Elena al commento? «Era brava a raccontare il tennis con semplicità e amore anche allo spettatore occasionale. Paolo, il bello del nostro lavoro è entrare nelle case, diceva, ci sediamo sul divano insieme agli appassionati italiani e spieghiamo loro delle cose: siamo fortunati». Le domande erano un format concordato? «Ma quando mai? Con la sua curiosità delicata, Elena mi metteva a mio agio. Quando un italiano prendeva il break, spesso mi guardava preoccupata. E io: tranquilla, che glielo restituiamo. Mi dava i tempi, mi teneva all’erta. Le sue domande non erano mai banali: spingevano lo spettatore a pensare, non solo a guardare». Ricorda il primo incontro? «Era l’epoca in cui Rino Tommasi e Gianni Clerici erano le prime voci del tennis, io commentavo con Massimo Marianella o Angelo Mangiante, lei con Roberto Lombardi. Quando è cambiato tutto, piano piano io e Elena siamo diventati la coppia ufficiale: il 90% delle partite le ho commentate con lei. Lo Us Open, lo scorso agosto, è stato un dramma. Elena era in ospedale, il clima a Sky era plumbeo. Mi giravo e non la trovavo. Lo ammetto: di quel torneo non mi è fregato nulla, la testa era altrove». Vi siete trovati bene subito? «Nessuno ci ha dato la linea, è stato tutto spontaneo: abbiamo trovato le nostre dinamiche naturali, non c’erano forzature né protagonismi. Fare la telecronaca insieme è come giocare un doppio con Adriano, c’è molto non detto: sguardi, più che parole. E poi quel tifo aggraziato di Elena, mai esibito o esagerato». Invece i social pretendono la telecronaca urlata, alla maniera del calcio. «Non abbiamo mai accettato di piegarci alla telecronaca calcistica: non è nel dna del tennis. Non puoi mai essere troppo tifoso: stai lavorando, non sei in curva. I tifosi della nuova ora, provenienti dal pallone, consideravano Elena fredda. Niente di più sbagliato: era soft, leggera, mai fredda. Faceva parte del suo carattere: non diceva parolacce, non l’ho mai sentita parlare male di qualcuno, non alzava la voce nemmeno se provocata. Al massimo della foga, in una discussione, mi diceva: Paolo, non sono d’accordo». E adesso, cosa succede? La morte di Elena Pero accelera la sua voglia di ritirarsi dal microfono, Bertolucci? «Ci sarebbero i Master 1000 di Shanghai e Parigi, più le Atp Finals a Torino. Lascerò passare del tempo, poi prenderò le mie decisioni. A ritirarmi pensavo già prima, figuriamoci adesso che Elena non c’è più. È che io mi trovavo bene solo con lei: non è colpa degli altri telecronisti, che sono tutti bravissimi, è colpa mia. Smettere è una grande tentazione». Finirà la stagione? «Boh, non lo so. Navigo a vista».
Paolo Bertolucci ricorda Elena Pero: «Con un bacio sulla fronte le avevo dato appuntamento allo Us Open, ma mi sono trovato da solo. Ora vorrei lasciare»
«Non c’era bisogno di prendere accordi prima di una telecronaca. A volte non servivano nemmeno troppe parole. Con uno sguardo, Elena diceva tante cose e spalancava una meraviglia , poi faceva il pugno per incoraggiare il giocatore italiano impegnato in campo. Tifava con la grazia e la spontaneità di un’innamorata del tennis». Paolo Bertolucci , indimenticato eroe della Coppa Davis ‘76 , la prima della nostra storia, ha avuto accanto Elena Pero come compagna di doppio nella cabina di commento di Sky Sport per più tempo di quanto ne abbia speso in campo con Adriano Panatta, l’amico di una vita. È a lui che chiediamo un ricordo di Elena, scomparsa giovedì sera a Milano a 60 anni per una malattia incurabile. Era entrata a Telepiù come giornalista praticante , si era conquistata con bravura il microfono che era stato di Tommasi e Clerici . Un’eredità portata sulle spalle fino all’ultima telecronaca. A Wimbledon, il 12 luglio: la finale tra Sinner e Zverev. Alla fine vi eravate dati appuntamento per l’Open Usa. «A Wimbledon c’erano i soliti sbalzi di temperatura: caldo fuori, il gelo dell’aria condizionata dentro. Elena aveva la sua sciarpettina stretta al collo, ogni tanto dava un colpo di tosse. Non mi ero allarmato, benché sapessi che nel 2024 era già stata molto male. Nelle chiacchiere fuori onda mi raccontava che il marito Sergio, produttore di Sky, sarebbe andato in pensione di lì a poco: sto pensando di ritirarmi anch’io, così facciamo i nostri giri... Quando il torneo è finito con la vittoria di Jannik Sinner, le ho detto: "oh ascolta Elena, ora bisogna dargli una mano a questo ragazzo, vinciamo Wimbledon per la terza volta con lui e poi ce ne andiamo insieme". Le ho dato un bacio sulla fronte: arrivederci all’Open degli Stati Uniti. Ma lì, a fine agosto, mi sono ritrovato solo». Qual era il talento di Elena al commento? «Era brava a raccontare il tennis con semplicità e amore anche allo spettatore occasionale. Paolo, il bello del nostro lavoro è entrare nelle case, diceva, ci sediamo sul divano insieme agli appassionati italiani e spieghiamo loro delle cose: siamo fortunati». Le domande erano un format concordato? «Ma quando mai? Con la sua curiosità delicata, Elena mi metteva a mio agio. Quando un italiano prendeva il break, spesso mi guardava preoccupata. E io: tranquilla, che glielo restituiamo. Mi dava i tempi, mi teneva all’erta. Le sue domande non erano mai banali: spingevano lo spettatore a pensare, non solo a guardare». Ricorda il primo incontro? «Era l’epoca in cui Rino Tommasi e Gianni Clerici erano le prime voci del tennis, io commentavo con Massimo Marianella o Angelo Mangiante, lei con Roberto Lombardi. Quando è cambiato tutto, piano piano io e Elena siamo diventati la coppia ufficiale: il 90% delle partite le ho commentate con lei. Lo Us Open, lo scorso agosto, è stato un dramma. Elena era in ospedale, il clima a Sky era plumbeo. Mi giravo e non la trovavo. Lo ammetto: di quel torneo non mi è fregato nulla, la testa era altrove». Vi siete trovati bene subito? «Nessuno ci ha dato la linea, è stato tutto spontaneo: abbiamo trovato le nostre dinamiche naturali, non c’erano forzature né protagonismi. Fare la telecronaca insieme è come giocare un doppio con Adriano, c’è molto non detto: sguardi, più che parole. E poi quel tifo aggraziato di Elena, mai esibito o esagerato». Invece i social pretendono la telecronaca urlata, alla maniera del calcio. «Non abbiamo mai accettato di piegarci alla telecronaca calcistica: non è nel dna del tennis. Non puoi mai essere troppo tifoso: stai lavorando, non sei in curva. I tifosi della nuova ora, provenienti dal pallone, consideravano Elena fredda. Niente di più sbagliato: era soft, leggera, mai fredda. Faceva parte del suo carattere: non diceva parolacce, non l’ho mai sentita parlare male di qualcuno, non alzava la voce nemmeno se provocata. Al massimo della foga, in una discussione, mi diceva: Paolo, non sono d’accordo». E adesso, cosa succede? La morte di Elena Pero accelera la sua voglia di ritirarsi dal microfono, Bertolucci? «Ci sarebbero i Master 1000 di Shanghai e Parigi, più le Atp Finals a Torino. Lascerò passare del tempo, poi prenderò le mie decisioni. A ritirarmi pensavo già prima, figuriamoci adesso che Elena non c’è più. È che io mi trovavo bene solo con lei: non è colpa degli altri telecronisti, che sono tutti bravissimi, è colpa mia. Smettere è una grande tentazione». Finirà la stagione? «Boh, non lo so. Navigo a vista».

RELATED SIGNALS
Latest Trending News
SOURCE TRANSPARENCY