«Continuerò a girare con la giacca e il cappello da rabbino. Non mi nasconderò, non ci nasconderemo. Non cambierò il mio stile di vita. Però cercheremo di evitare situazioni pericolose». A parlare è Rav Tzemach Mizrachi, il rabbino aggredito mercoledì 16 settembre in piazzale Bande Nere, a ovest di Milano, a due isolati dal quartiere ebraico. Tre ragazzi l'avevano riconosciuto per il suo copricapo tradizionale. Poi gliel'avevano preso, prima di andarsene e prima che, uno di loro, tornasse indietro per colpirlo con un calcio secondo quanto denunciato dalla vittima. Poco dopo il gruppetto era stato rintracciato dalla polizia e i tre erano stati portati in questura: un 20enne nato in Italia da famiglia tunisina era stato arrestato per propaganda e istigazione a delinquere per discriminazione razziale, etnica o religiosa (nella mattina di giovedì si è tenuta la direttissima, co n il giudice che ha disposto l'obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria due volte alla settimana; gli altri due, di 19 e 22 anni, sono invece stati denunciati). Ci racconti cos'è successo. «Stavo aspettando il bus alla fermata. Dovevo andare a prendere a scuola i miei figli. Ero al telefono con uno studente perché stavamo organizzando la festa dello Yom Kippur a La Spezia. Quei tre ragazzi mi hanno visto e hanno iniziato a chiamarmi in arabo. Fino a qui tutto bene. Non ho reagito. Poi mi hanno preso il cappello. Uno l'ha indossato e hanno iniziato a fare alcune mosse, come dei balletti per prendermi in giro. Sono però riuscito a riprendere il copricapo. Ma loro continuavano». È a quel punto che ha iniziato a filmarli? «Sì, ho preso il telefono e ho scattato foto e registrato video. Se ne stavano andando ma uno dei tre ragazzi si è girato e mi ha tirato un calcio. Non sono caduto com'è stato detto: dal marciapiedi sono arrivato a bordo della strada. Il racconto che è emerso è stato esagerato, da parte dei giornali e anche dalla Comunità Ebraica. Grazie al cielo sto bene: non sono andato in ospedale». Ha chiesto aiuto? «No, ho inviato le foto e i video sul gruppo della sicurezza della comunità ebraica. Loro hanno chiamato la polizia. E dopo un'ora i tre sono stati rintracciati. Ma dal gruppo ho capito che io ero solo il secondo capitolo di un'altra storia...». In che senso? «Un altro rabbino ha riconosciuto nelle mie foto il gruppo di giovani che poco prima a Gambara, in metropolitana, gli aveva tirato una scarpa addosso. Poi con i mezzi erano arrivati in piazzale Bande Nere, dove mi hanno incontrato». Le aggressioni agli ebrei, a Milano ma non solo, dopo il 7 ottobre sono aumentate. Lei ha paura? «Ogni sera, quando vado a casa passando dal tempio, passo davanti a un gruppo di persone che parlano altre lingue. Ricevo sempre degli insulti. Quando sono in gruppo io faccio il giro per andare a casa: in mezzo non ci passo. Le persone intorno a me, in piazza, non sono intervenute. Avevano paura, credo, ma ho ricevuto tanta solidarietà». Teme possa riaccadere in futuro? E per questo si tutelerà in qualche modo? «Come ho detto, non cambierò per questo il mio stile di vita. Non siamo tornati indietro di 80 anni. Le persone con cui vivo, il quartiere, i vicini di casa capiscono che siamo gente di pace. Quello è che successo a me non rappresenta il mondo. È solo il male che cerca di mostrarsi. Sarà la società a metterli fuori strada. Ma i miei bambini non li mando in giro da soli, non vogliamo provare situazioni pericolose». È la prima volta che viene aggredito? «Non è la prima volta che mi insultano, è la prima volta che alzano le mani».
Rav Tzemach Mizrachi, l'ebreo aggredito a Milano: «Non cambierò abitudini, ma i miei figli non girano soli»
«Continuerò a girare con la giacca e il cappello da rabbino. Non mi nasconderò, non ci nasconderemo. Non cambierò il mio stile di vita. Però cercheremo di evitare situazioni pericolose». A parlare è Rav Tzemach Mizrachi, il rabbino aggredito mercoledì 16 settembre in piazzale Bande Nere, a ovest di Milano, a due isolati dal quartiere ebraico. Tre ragazzi l'avevano riconosciuto per il suo copricapo tradizionale. Poi gliel'avevano preso, prima di andarsene e prima che, uno di loro, tornasse indietro per colpirlo con un calcio secondo quanto denunciato dalla vittima. Poco dopo il gruppetto era stato rintracciato dalla polizia e i tre erano stati portati in questura: un 20enne nato in Italia da famiglia tunisina era stato arrestato per propaganda e istigazione a delinquere per discriminazione razziale, etnica o religiosa (nella mattina di giovedì si è tenuta la direttissima, co n il giudice che ha disposto l'obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria due volte alla settimana; gli altri due, di 19 e 22 anni, sono invece stati denunciati). Ci racconti cos'è successo. «Stavo aspettando il bus alla fermata. Dovevo andare a prendere a scuola i miei figli. Ero al telefono con uno studente perché stavamo organizzando la festa dello Yom Kippur a La Spezia. Quei tre ragazzi mi hanno visto e hanno iniziato a chiamarmi in arabo. Fino a qui tutto bene. Non ho reagito. Poi mi hanno preso il cappello. Uno l'ha indossato e hanno iniziato a fare alcune mosse, come dei balletti per prendermi in giro. Sono però riuscito a riprendere il copricapo. Ma loro continuavano». È a quel punto che ha iniziato a filmarli? «Sì, ho preso il telefono e ho scattato foto e registrato video. Se ne stavano andando ma uno dei tre ragazzi si è girato e mi ha tirato un calcio. Non sono caduto com'è stato detto: dal marciapiedi sono arrivato a bordo della strada. Il racconto che è emerso è stato esagerato, da parte dei giornali e anche dalla Comunità Ebraica. Grazie al cielo sto bene: non sono andato in ospedale». Ha chiesto aiuto? «No, ho inviato le foto e i video sul gruppo della sicurezza della comunità ebraica. Loro hanno chiamato la polizia. E dopo un'ora i tre sono stati rintracciati. Ma dal gruppo ho capito che io ero solo il secondo capitolo di un'altra storia...». In che senso? «Un altro rabbino ha riconosciuto nelle mie foto il gruppo di giovani che poco prima a Gambara, in metropolitana, gli aveva tirato una scarpa addosso. Poi con i mezzi erano arrivati in piazzale Bande Nere, dove mi hanno incontrato». Le aggressioni agli ebrei, a Milano ma non solo, dopo il 7 ottobre sono aumentate. Lei ha paura? «Ogni sera, quando vado a casa passando dal tempio, passo davanti a un gruppo di persone che parlano altre lingue. Ricevo sempre degli insulti. Quando sono in gruppo io faccio il giro per andare a casa: in mezzo non ci passo. Le persone intorno a me, in piazza, non sono intervenute. Avevano paura, credo, ma ho ricevuto tanta solidarietà». Teme possa riaccadere in futuro? E per questo si tutelerà in qualche modo? «Come ho detto, non cambierò per questo il mio stile di vita. Non siamo tornati indietro di 80 anni. Le persone con cui vivo, il quartiere, i vicini di casa capiscono che siamo gente di pace. Quello è che successo a me non rappresenta il mondo. È solo il male che cerca di mostrarsi. Sarà la società a metterli fuori strada. Ma i miei bambini non li mando in giro da soli, non vogliamo provare situazioni pericolose». È la prima volta che viene aggredito? «Non è la prima volta che mi insultano, è la prima volta che alzano le mani».

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