DAL NOSTRO INVIATO TIRASPOL - Fa il caldo delle due e c’è da seppellire un morto. Sull’asfalto bucherellato che porta alla fortezza di Bendery, sventolando le insegne d’uno Stato che non c’è, portando le croci d’un Dio che non esiste , il piccolo corteo funebre avanza col passo d’un Quarto Stato di Pellizza da Volpedo. Gli uomini sorreggono le icone, anche se si professano tutti atei comunisti . Le donne reggono le falci col martello, anche se pregano tutte dietro al pope. Perfino l’immagine del Cristo Pantocratore ondeggia sulle bandiere rosse . «Questa è la Transnistria », sorride Victor, che ogni settimana viene da Chisinau per ragioni di lavoro: è un’Urss con la proprietà privata, una bestemmia col permesso del prete, un bortsch senza barbabietole. «Un Paese dove s’ostenta la nostalgia dell’Unione Sovietica e della gloria che fu, ma dove in realtà nessuno rimpiange il comunismo e gli orrori che comportò. C’è una storiella che dice: la Transnistria è come lo Sputnik che trasportò la cagnetta Laika nello spazio e continuò a orbitare, anche se tutti sapevano che Laika era morta da mesi» . A Victor scappa la parolina Transnistria, ma subito si corregge: «Se la chiamo così, mi ritirano il visto e non lavoro più…». Bisogna battezzarla Pridnestrovie, in cirillico: la repubblica che sorge presso il fiume Dnestr. Perché Transnistria - la terra che sta oltre il fiume Nistro - è il nome «associato ai fascisti rumeni». E da due anni c’è una legge contro chi lo usa, «negando la pulizia etnica, la carestia, le epidemie, la romanizzazione forzata del popolo russofono attuate nella Seconda guerra mondiale». Welcome to the State that doesn’t exist , hanno stampato sugli sticker per i (pochi) turisti guardoni d’un Paese che non c’è. E che tutta la comunità internazionale, dal 2022, guarda preoccupata come un futuro Donbass . Non c’è anno in cui la Transnistria-Pridnestrovie non chieda a Putin un referendum per venire annessa, com’è accaduto con la Crimea . Qualche giorno fa, a rispondere ha provveduto Sergei Shoigu : «Gl’interessi e la sicurezza dei cittadini russi a Tiraspol - ha avvertito l’ex ministro della Difesa, che guidò l’invasione in Ucraina - sono minacciati dalle azioni irresponsabili di Kiev e Chisinau. Non bisogna escludere nulla. E per difenderli stiamo valutando tutti gli scenari possibili, anche i più improbabili». Attenti all’Orso russo. Ogni tanto s’incrocia un check-point annoiato con la sigla «Mc», Mirotvorcheskiye sily . Sono i cosiddetti peacekeeper di Mosca, un manipolo di 1.500 Drogo che pattugliano il nulla e aspettano d’essere mandati – chissà se, chissà quando – a combattere a Odessa, che sta 50 km in là. Li spedirono qui nel 1990, a sostenere la guerra di secessione che fece mille vittime: mai più ripartiti, ora incastrati in due confini che non possono più attraversare. La Transnistria-Pridnestrovie è il cuscinetto fra un’Ucraina che non vuol parlare russo e una Moldova che pensa solo in rumeno. Una strisciolina 200x20 km, poco più grande e molto meno popolata di Gaza, uno Stato che nel mondo esiste solo per Mosca e per un paio d’altre repubblichette fantoccio, i separatisti filoputiniani della Sud Ossezia e dell’Abkhazia. Non ha mai firmato un trattato di pace, è sempre campata col gas russo. Non ha carte di credito e la sua moneta vale solo qui, rubli grandi come le banconote del Monopoli. Ha la sua bandiera rossa con falce&martello. Il suo Soviet Supremo, dominato da un solo partito. Le sue scuole che studiano esclusivamente storia in cirillico. Il suo mausoleo di Lenin, in granito, uguale a quello che svettava su Berlino Est. Una volta, quando a difenderlo e a scrivere i suoi racconti ci veniva anche Limonov, questo era il più grande deposito d’armi dell’Urss . E da qualche parte sopravvivono ancora piccole statue di Stalin come ne vedi soltanto a Gori, la Predappio della Georgia. Anche l’inno sovietizzante («l’amicizia dei popoli è forte/ lodiamo le fabbriche e i giardini...!») viene dal passato: lo commissionò Baffone in persona, nel 1943, e fu rispolverato nel ‘91 quando la Transnistria si staccò definitivamente dai moldavi «troppo rumeni», proclamandosi l’ultima irreale patria del socialismo reale. L’ Homo Sovieticus è paccottiglia per nostalgici. O buona per mostrare a qualche putiniano europeo come si vive, in un regimetto stile russo. «C’è una generazione sotto i 40 anni che non ha mai conosciuto l’Urss» , riconosce il ministro degli Esteri, Vitaly Ignatiev, che di anni ne ha 46. E la verità è che la metà dei 500mila transnistriani ha almeno un altro passaporto, moldavo o ucraino, e le basta andare a Chisinau per godersi le comodità occidentali. Le vecchie Lada, sono posteggiate solo per far scena al ristorante tipico «Cccp» , dove mangi ancora la kolbasà conservata nei frigoriferi Zil azzurrini. Il turbocapitalismo ha il volto ingordo di Viktor Gushan, un tempo spione del Kgb e oggi oligarca della holding Sheriff che controlla tutto, dai supermarket alla benzina, dalle tv all’edilizia, dai cellulari alle concessionarie Mercedes, perfino le distillerie di grappa e gli allevamenti da caviale: la sua squadra di calcio gioca tranquillamente in Champions League – fece l’impresa di battere il Real Madrid al Bernabéu – e il suo patrimonio supera di molto il Pil dell’intera Transnistria. Nella rossa Tiraspol, si fanno affari neri. Una No Man’s Land ai confini europei. Comoda per delocalizzare la produzione dei marchi di moda – «lo sai che confezioniamo anche le divise di molti eserciti europei?», dice Victor – e piantare qualunque tenda, come raccontò Lilin nella sua «Educazione siberiana». Ultimo esempio: Marcin Romanowski, ex viceministro polacco ricercato per corruzione, che è appena scappato qui per evitare l’estradizione. Qualcosa però, perfino in questa foresta pietrificata da 35 anni, sta cambiando. Sottotraccia, Chisinau negozia coi separatisti per riprendere lentamente il controllo della regione. E dal gennaio 2025 – chiusa la pipeline che attraverso l’Ucraina forniva gratis il gas russo, da vendere poi alla Moldova -, la Transnistria s’è dovuta buttare sul libero mercato dell’energia, facendosi finanziare da Mosca . Loro malgrado, i compagni hanno scoperto che il gas costa, le tasse non aspettano, le merci scarseggiano, gli stipendi tardano. E impegnato com’è coi suoi droni, Zio Putin non potrà pagare in eterno. « Si credevano un paradiso del socialismo – dice Victor -, rischiano un inferno tipo Cuba». Vi chiedete se l’economia russa sopravvivrà alla guerra in Ucraina? A Tiraspol, temono di sapere la risposta prima degli altri.
Transnistria, viaggio nello Stato che non c'è: il «piccolo Donbass» che ora preoccupa l'Europa. Mosca: «Ci chiedono di essere annessi, valutiamo»
DAL NOSTRO INVIATO TIRASPOL - Fa il caldo delle due e c’è da seppellire un morto. Sull’asfalto bucherellato che porta alla fortezza di Bendery, sventolando le insegne d’uno Stato che non c’è, portando le croci d’un Dio che non esiste , il piccolo corteo funebre avanza col passo d’un Quarto Stato di Pellizza da Volpedo. Gli uomini sorreggono le icone, anche se si professano tutti atei comunisti . Le donne reggono le falci col martello, anche se pregano tutte dietro al pope. Perfino l’immagine del Cristo Pantocratore ondeggia sulle bandiere rosse . «Questa è la Transnistria », sorride Victor, che ogni settimana viene da Chisinau per ragioni di lavoro: è un’Urss con la proprietà privata, una bestemmia col permesso del prete, un bortsch senza barbabietole. «Un Paese dove s’ostenta la nostalgia dell’Unione Sovietica e della gloria che fu, ma dove in realtà nessuno rimpiange il comunismo e gli orrori che comportò. C’è una storiella che dice: la Transnistria è come lo Sputnik che trasportò la cagnetta Laika nello spazio e continuò a orbitare, anche se tutti sapevano che Laika era morta da mesi» . A Victor scappa la parolina Transnistria, ma subito si corregge: «Se la chiamo così, mi ritirano il visto e non lavoro più…». Bisogna battezzarla Pridnestrovie, in cirillico: la repubblica che sorge presso il fiume Dnestr. Perché Transnistria - la terra che sta oltre il fiume Nistro - è il nome «associato ai fascisti rumeni». E da due anni c’è una legge contro chi lo usa, «negando la pulizia etnica, la carestia, le epidemie, la romanizzazione forzata del popolo russofono attuate nella Seconda guerra mondiale». Welcome to the State that doesn’t exist , hanno stampato sugli sticker per i (pochi) turisti guardoni d’un Paese che non c’è. E che tutta la comunità internazionale, dal 2022, guarda preoccupata come un futuro Donbass . Non c’è anno in cui la Transnistria-Pridnestrovie non chieda a Putin un referendum per venire annessa, com’è accaduto con la Crimea . Qualche giorno fa, a rispondere ha provveduto Sergei Shoigu : «Gl’interessi e la sicurezza dei cittadini russi a Tiraspol - ha avvertito l’ex ministro della Difesa, che guidò l’invasione in Ucraina - sono minacciati dalle azioni irresponsabili di Kiev e Chisinau. Non bisogna escludere nulla. E per difenderli stiamo valutando tutti gli scenari possibili, anche i più improbabili». Attenti all’Orso russo. Ogni tanto s’incrocia un check-point annoiato con la sigla «Mc», Mirotvorcheskiye sily . Sono i cosiddetti peacekeeper di Mosca, un manipolo di 1.500 Drogo che pattugliano il nulla e aspettano d’essere mandati – chissà se, chissà quando – a combattere a Odessa, che sta 50 km in là. Li spedirono qui nel 1990, a sostenere la guerra di secessione che fece mille vittime: mai più ripartiti, ora incastrati in due confini che non possono più attraversare. La Transnistria-Pridnestrovie è il cuscinetto fra un’Ucraina che non vuol parlare russo e una Moldova che pensa solo in rumeno. Una strisciolina 200x20 km, poco più grande e molto meno popolata di Gaza, uno Stato che nel mondo esiste solo per Mosca e per un paio d’altre repubblichette fantoccio, i separatisti filoputiniani della Sud Ossezia e dell’Abkhazia. Non ha mai firmato un trattato di pace, è sempre campata col gas russo. Non ha carte di credito e la sua moneta vale solo qui, rubli grandi come le banconote del Monopoli. Ha la sua bandiera rossa con falce&martello. Il suo Soviet Supremo, dominato da un solo partito. Le sue scuole che studiano esclusivamente storia in cirillico. Il suo mausoleo di Lenin, in granito, uguale a quello che svettava su Berlino Est. Una volta, quando a difenderlo e a scrivere i suoi racconti ci veniva anche Limonov, questo era il più grande deposito d’armi dell’Urss . E da qualche parte sopravvivono ancora piccole statue di Stalin come ne vedi soltanto a Gori, la Predappio della Georgia. Anche l’inno sovietizzante («l’amicizia dei popoli è forte/ lodiamo le fabbriche e i giardini...!») viene dal passato: lo commissionò Baffone in persona, nel 1943, e fu rispolverato nel ‘91 quando la Transnistria si staccò definitivamente dai moldavi «troppo rumeni», proclamandosi l’ultima irreale patria del socialismo reale. L’ Homo Sovieticus è paccottiglia per nostalgici. O buona per mostrare a qualche putiniano europeo come si vive, in un regimetto stile russo. «C’è una generazione sotto i 40 anni che non ha mai conosciuto l’Urss» , riconosce il ministro degli Esteri, Vitaly Ignatiev, che di anni ne ha 46. E la verità è che la metà dei 500mila transnistriani ha almeno un altro passaporto, moldavo o ucraino, e le basta andare a Chisinau per godersi le comodità occidentali. Le vecchie Lada, sono posteggiate solo per far scena al ristorante tipico «Cccp» , dove mangi ancora la kolbasà conservata nei frigoriferi Zil azzurrini. Il turbocapitalismo ha il volto ingordo di Viktor Gushan, un tempo spione del Kgb e oggi oligarca della holding Sheriff che controlla tutto, dai supermarket alla benzina, dalle tv all’edilizia, dai cellulari alle concessionarie Mercedes, perfino le distillerie di grappa e gli allevamenti da caviale: la sua squadra di calcio gioca tranquillamente in Champions League – fece l’impresa di battere il Real Madrid al Bernabéu – e il suo patrimonio supera di molto il Pil dell’intera Transnistria. Nella rossa Tiraspol, si fanno affari neri. Una No Man’s Land ai confini europei. Comoda per delocalizzare la produzione dei marchi di moda – «lo sai che confezioniamo anche le divise di molti eserciti europei?», dice Victor – e piantare qualunque tenda, come raccontò Lilin nella sua «Educazione siberiana». Ultimo esempio: Marcin Romanowski, ex viceministro polacco ricercato per corruzione, che è appena scappato qui per evitare l’estradizione. Qualcosa però, perfino in questa foresta pietrificata da 35 anni, sta cambiando. Sottotraccia, Chisinau negozia coi separatisti per riprendere lentamente il controllo della regione. E dal gennaio 2025 – chiusa la pipeline che attraverso l’Ucraina forniva gratis il gas russo, da vendere poi alla Moldova -, la Transnistria s’è dovuta buttare sul libero mercato dell’energia, facendosi finanziare da Mosca . Loro malgrado, i compagni hanno scoperto che il gas costa, le tasse non aspettano, le merci scarseggiano, gli stipendi tardano. E impegnato com’è coi suoi droni, Zio Putin non potrà pagare in eterno. « Si credevano un paradiso del socialismo – dice Victor -, rischiano un inferno tipo Cuba». Vi chiedete se l’economia russa sopravvivrà alla guerra in Ucraina? A Tiraspol, temono di sapere la risposta prima degli altri.

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