Ministro Valditara, lei ha sentito in diretta il monito del presidente Mattarella all’indomani dell’annuncio delle norme sul tetto al numero di immigrati nelle classi. «È stato un bellissimo discorso. Con la consueta saggezza Mattarella si è espresso a favore di una scuola incentrata sul rispetto, in linea con i valori costituzionali, che sappia contrastare le classi ghetto». A che punto siete col provvedimento ? «Stiamo lavorando agli ultimi dettagli ma avrà come elemento centrale la conoscenza dell’italiano e ci saranno criteri oggettivi per stabilire a chi si applica». Quali criteri? «I limiti non si applicheranno agli studenti che hanno frequentato la scuola dell’infanzia ed entrano in prima elementare o a quanti hanno frequentato positivamente alcuni anni di scuola, perché si può pensare che abbiano acquisito una certa conoscenza dell’italiano». E gli studenti con passaporto europeo? «Le norme si applicano anche a loro». Quante classi riguardano le nuove regole? «Quelle con più del 20% di studenti stranieri neoarrivati che non conoscono la nostra lingua sono poco meno di mille, per lo più alle elementari. Per queste abbiamo formato e assunto docenti specializzati. Sono invece 34.000 quelle con almeno il 30% di alunni stranieri, ma come ho detto la norma riguarderà solo quelli che non conoscono adeguatamente la nostra lingua». Che sono circa un terzo. «Il fenomeno della concentrazione dei migranti in alcune aree geografiche e in alcuni quartieri delle grandi città è disomogeneo. In crescita al Nord e a Roma, meno rilevante nelle regioni del Sud». Perché il limite, previsto già da Gelmini ma inapplicato, ora dovrebbe funzionare? «La nostra è una legge e non una circolare e sarà cogente. Attribuiamo un ruolo di coordinamento agli uffici scolastici territoriali che potranno spostare gli studenti in eccesso ad altra scuola di prossimità, come già avviene oggi per gli studenti italiani in sovrannumero. Non sarà più possibile l’inerzia. Inoltre prevediamo un preciso modello organizzativo». I presidi dicono che spesso le scuole vicine sono piene. «È chiaro che ci sarà la possibilità di una deroga laddove non sarà possibile spostarli in scuole vicine, ma la norma è cogente. Per questi casi è previsto uno stanziamento di alcuni milioni per assumere docenti per potenziare l’italiano degli stranieri che restano nella stessa scuola. Non stiamo facendo annunci, ma costruendo un sistema concepito per funzionare». Ci sono misure per incoraggiare gli studenti italiani a restare nelle scuole ad alto tasso di immigrati? «Il fenomeno del White flight, letteralmente la fuga dei bianchi, mi preoccupa molto: c’è a livello mondiale ma riguarda anche l’Italia. Se riduciamo a percentuali equilibrate la presenza di studenti che non parlano la nostra lingua, gli altri studenti potrebbero tornare. Per questo trovo senza costrutto le polemiche della sinistra: qui c’è il rischio di scivolare verso l’Alabama degli Anni '50, con le scuole ghetto, quelle della segregazione». Vi accusano di fare questi provvedimenti perché temete la retorica di Vannacci? «Noi non facciamo retorica ma fatti concreti. E lavoriamo su questi temi da ben prima di Fn. La norma sul potenziamento della lingua per gli stranieri neo arrivati, che ho fortemente voluto, è dello scorso anno. Uno studio dell’Ocse dice che le scuole con una concentrazione troppo alta di stranieri che non conoscono la lingua troppo alta presentano indicatori di benessere scolastico meno favorevoli. Uno dei fattori chiave per migliorare questa condizione è l’apprendimento della lingua di scolarizzazione. Se vogliamo l’integrazione, che i giovani si inseriscano nella nostra società e conoscano i nostri valori, dobbiamo puntare sull’italiano». Anche per i genitori: come fate a rendere obbligatorio il corso per loro? «Stiamo studiando strumenti efficaci. Se a casa parli arabo, dimentichi quello che hai fatto a scuola. Gli studi internazionali ci dicono che è importante che i genitori conoscano la lingua e seguano ciò che i figli fanno a scuola. Mi dicono i presidi che invece molto spesso quando ci sono situazioni difficili i genitori non si presentano ai colloqui, si disinteressano». Un altro tema è il divieto di burqa e niqab. «È una questione di civiltà, mi dispiace per chi fa polemiche, ma il burqa è il simbolo della mentalità patriarcale violenta che considera la donna una non persona e che noi come Lega abbiamo sempre avversato. I nostri valori dicono che la libertà della donna non è negoziabile». Come evitare che queste ragazze spariscano o vengano rimandate nel loro Paese? «Chi non le manda a scuola, grazie al decreto Caivano, rischia fino a due anni di galera. E i magistrati possono togliere la potestà genitoriale».