Ha avuto fra i clienti celebrità come i Beckham, Stanley Tucci , Helen Mirren e Elton John. Aperto alcuni dei migliori indirizzi di cucina italiana all’estero. E fatto innamorare gli inglesi della ’nduja e del bergamotto . «Una delle cose di cui vado più fiero», spiega. È stato fra i primi a portare la cucina regionale italiana — «e calabrese», sottolinea lui — alla ribalta in Europa. Impegno che gli è valso la nomina a Cavaliere della Repubblica dal Presidente Sergio Mattarella nel 2019 . Non ha stelle Michelin — «non le ho mai cercate», dice —, ma in Gran Bretagna è considerato una star : lo scorso anno ha cucinato per Carlo III. «Ho preparato un menu italiano usando il 99 percento di prodotti inglesi». Tranne l’olio evo, in pratica. «Il Re, poi, mi ha invitato ad andare a trovarlo in udienza privata», racconta. Da quasi venti è ospite di importanti programmi tv come Saturday Kitchen e MasterChef. Eppure Francesco Mazzei — classe 1973 , originario di Cerchiara, nel cosentino, chef di lungo corso — non si è mai montato la testa e ha saputo usare questa visibilità non solo per fare conoscere le sue insegne, ma anche e soprattutto per riscattare il nome della Calabria e fare del bene. Nel 2025 Papa Francesco l’ha voluta incontrare. «Ha chiesto di conoscermi per un progetto che ho avviato: una scuola di cucina per insegnare una professione agli orfani sostenuti dall’Associazione Bambino Gesù del Cairo Onlus. Mi ha ricevuto in udienza privata con la famiglia e abbiamo potuto parlare a lungo». Cosa vi siete detti? «Abbiamo discusso del progetto. Ma debbo dire che ero talmente emozionato che mi sono anche permesso di chiedere al Papa cosa amasse mangiare...». E? «“Mi piace il ciurrasco essendo argentino, ma anche la polenta”, mi rispose. E sfogliando il mio libro che gli avevo portato — Mezzogiorno, edito da Cornersotn nel 2015 — aggiunse simpaticamente: “Bello, però la prossima volta portami da mangiare”. E prima della benedizione mi disse di essere fiero di ciò che stavo facendo e che dovevo portarlo a termine». Parlando delle sue origini: essere nato al Sud cosa ha rappresentato nel suo percorso? «Essere meridionale mi ha costretto a impegnarmi il doppio. Un tempo se eri calabrese eri visto come un delinquente. Questo mi ha dato l’orgoglio di voler dimostrare che la mia terra non meritava quella nomea». Ha sempre voluto diventare uno chef? «È stata una necessità, sono il secondo di cinque figli. Papà Peppino ci diceva: “Abbiamo soldi per farvi mangiare, vestire e studiare, ma non per gli sfizi”. Così per pagarmi dei jeans Levi’s a 9 anni sono andato ad aiutare in gelateria zio Giuseppe. E ho continuato così tutti i weekend per anni: l’ho odiato quel lavoro all’inizio». E poi? «Un giorno è venuto un famoso chef, Angelo Sabetta, che poi sarebbe diventato mio maestro, gli ho preparato il Mangia e bevi, un sorbetto con frutta fresca e gelatine che mi ero inventato. Finito di mangiare mi dice: “Cosa vuoi fare da grande?” Tutto tranne il cuoco, rispondo. “Peccato, perché sei bravo”. Quella frase mi ha rimbombato in testa per mesi». Dunque? «Ho detto a papà di voler studiare all’alberghiero. Al che mi ha risposto: “Che cosa abbiamo sbagliato con te?”. All’epoca per l’opionine comune se eri bravo facevi il classico, se eri così così il geometra. Se eri asino il professionale. Per i disastri c’era l’alberghiero. Papà aveva una piccola ditta edile e mamma Rosetta la magliaia. Sognavano per noi il meglio». Dopo la scuola? «Mi hanno chiamato al servizio militare in Marina come pasticcere di un ammiraglio, me la sono cavata così bene che poi volevano diventassi sottufficiale. Papà era entusiasta, ma io volevo fare il cuoco. Così Sabetta è andato da papà e durante una partita di tressette l’ha convinto che la mia era una scelta sensata». Quindi? «Maria, la mia ragazza, oggi mia moglie, viveva a Roma. Così l’ho raggiunta e mi hanno preso al Grand Hotel del gruppo CIGA, un posto pazzesco: lo chef era Anton Mosimann e fra i clienti c’erano capi di stato e star come Liz Taylor e Liza Minnelli. Ho lavorato giorno e notte per 4 anni: guadagnavo 1 milione e 800mila lire che per l’epoca erano tanti soldi e imparavo. Mi trovavo continuamente a fare brasati, flan, soufflé, ma senza ricetta, nessuno ti spiegava nulla. Dovevi rubare le preparazioni con gli occhi. Adesso tanti senza il sottovuoto non sono capaci di cucinare». Che ambiente era? «Altri tempi. Se sbagliavi venivi punito severamente, gli schiaffoni erano continui. Lì sono diventato junior sous chef. Poi il gruppo mi mandò a Londra». Ne fu felice? «Il clima era terribile, ero disperato all’inizio. Ma poi me ne sono innamorato: a Londra trovi ogni tipo di cucina o di ingrediente. Lavoravo al Dorchester a Mayfair, uno dei migliori hotel al mondo: gli chef erano Willi Elsener e Henry Brosi e avevamo due giorni off, mi sentivo in vacanza. All’inizio è stata dura perché non parlavo inglese. Ma in 4 anni sono diventato executive chef, il numero due di una brigata di 120 persone, e ho imparato il lato manageriale della ristorazione». E dopo? «Sono tornato in Italia per Maria. Mi hanno assunto a Roma all’Hotel Eden il cui ristorante stellato era guidato da Enrico Derflingher. Si lavorava bene, in brigata c’erano talenti come Antonio Guida. Ma lì ho capito che il fine dining non faceva per me, ho odiato quella cucina. Mi chiedevo perché dovessi cucinare il foie gras. A me interessavano i piatti italiani di casa, quelli di cui tanti cuochi si vergognavano sfottendomi». Dunque? «Ho fatto esperienze, Scozia, Milano, Bangkok, e aperto insegne con Alan Yau (fondatore di “Wagamama”, ndr). Poi sono tornato a Londra nel 2005 per “Franco’s” della famiglia Hambro, dove ho iniziato a parlare di prodotti come ’nduja e bergamotto. E la stampa inglese mi ha scoperto. Nel 2006 Chris Corbin e Jeremy King mi proposero 80mila sterline l’anno per aprire “St. Alban”, un’insegna di cucina europea moderna. Ero dubbioso ma mia moglie era incinta, accettai e fu un successo. Poi nel 2008 un imprenditore Usa mi offrì di aprire “L’Anima” dandomi carta bianca. Creai un menu dedicato a Calabria, Puglia, Sicilia e Sardegna, con piatti come lo Stufato di coniglio alla sicula. Gli inglesi si innamorarono della mia cucina». E dopo? «Nel 2015 volevo prendere un periodo sabbatico quando mi arriva l’offerta dal gruppo D&D London per “Sartoria” a Mayfair. Qui iniziai a proporre una cucina regionale, non solo del Sud: in menu avevamo persino il risotto alla milanese. Diventammo il punto di riferimento della gastronomia italiana insieme a Giorgio Locatelli, che già andava fortissimo». Poi arrivò la Brexit. «Da allora non si trova più personale italiano e alcuni prodotti sono costosissimi: il Parmigiano è passato da 11 a 25 sterline al chilo. Credo che sia stato un grande errore. Non fermò il nostro successo, però, negli anni successivi aprimmo “Fiume”, a Battersea. E “Radici”, a Islington, una trattoria di cucina calabrese con un grande tavolo condiviso. Danny DeVito era cliente fisso». E cosa ordinava? «Una sorta di stigghiole, del fegato imbottito con la pancetta e il rosmarino e cotto alla brace...». Altre celebrità che ha avuto ai suoi tavoli? «Tantissime. Roger Waters dei Pink Floyd, ad esempio: al tempo voleva sempre i Tortelli con la burrata. Mi invitò anche a cucinare a casa sua e a fine cena prese la chitarra e suonò per me e il mio collaboratore Wish You Were Here. Ho ancora la pelle d’oca a pensarci». Come siamo arrivati ad oggi? «Passata la bufera della pandemia e finito di pagare il mutuo di casa, nel 2023 ho ceduto le mie quote con l’idea di fermarmi un po’. Poi l’incontro con il geniale ultraottantenne Alfred Pisani, fondatore del Corinthia, marchio maltese di hôtellerie di lusso, mi ha cambiato i piani. In breve mi sono trovato a La Valletta ad aprire in un luogo magnifico “Villa”. Un successo. Così nel 2025 abbiamo bissato con “Mezzogiorno”: cento coperti dentro al Corinthia di Londra: il ristorante che sognavo, con grandi vetrate, elegante ma con il mood di un mercato italiano... Si entra dalla cucina, dove gli chef stendono la pasta. Il menu racconta il Sud, con piatti come la Fileja con spuntature e ricotta affumicata, il Dentice all’agghiotta o le Polpette di Zia Maria». Adesso ha trovato un equilibrio fra vita e lavoro? «Sì. Ma per gran parte della vita sono uscito la mattina alle 8 per tornare dopo mezzanotte. Non avrei potuto farlo se Maria non avesse rinunciato a lavorare per prendersi cura di me e dei nostri figli Gabry e Mia Sofia. Le devo ciò che ho realizzato».
Chef Mazzei, da un paesino della Calabria alle tavole di re Carlo III ed Elton John: «Così ho portato ’nduja e bergamotto nel mondo»
Ha avuto fra i clienti celebrità come i Beckham, Stanley Tucci , Helen Mirren e Elton John. Aperto alcuni dei migliori indirizzi di cucina italiana all’estero. E fatto innamorare gli inglesi della ’nduja e del bergamotto . «Una delle cose di cui vado più fiero», spiega. È stato fra i primi a portare la cucina regionale italiana — «e calabrese», sottolinea lui — alla ribalta in Europa. Impegno che gli è valso la nomina a Cavaliere della Repubblica dal Presidente Sergio Mattarella nel 2019 . Non ha stelle Michelin — «non le ho mai cercate», dice —, ma in Gran Bretagna è considerato una star : lo scorso anno ha cucinato per Carlo III. «Ho preparato un menu italiano usando il 99 percento di prodotti inglesi». Tranne l’olio evo, in pratica. «Il Re, poi, mi ha invitato ad andare a trovarlo in udienza privata», racconta. Da quasi venti è ospite di importanti programmi tv come Saturday Kitchen e MasterChef. Eppure Francesco Mazzei — classe 1973 , originario di Cerchiara, nel cosentino, chef di lungo corso — non si è mai montato la testa e ha saputo usare questa visibilità non solo per fare conoscere le sue insegne, ma anche e soprattutto per riscattare il nome della Calabria e fare del bene. Nel 2025 Papa Francesco l’ha voluta incontrare. «Ha chiesto di conoscermi per un progetto che ho avviato: una scuola di cucina per insegnare una professione agli orfani sostenuti dall’Associazione Bambino Gesù del Cairo Onlus. Mi ha ricevuto in udienza privata con la famiglia e abbiamo potuto parlare a lungo». Cosa vi siete detti? «Abbiamo discusso del progetto. Ma debbo dire che ero talmente emozionato che mi sono anche permesso di chiedere al Papa cosa amasse mangiare...». E? «“Mi piace il ciurrasco essendo argentino, ma anche la polenta”, mi rispose. E sfogliando il mio libro che gli avevo portato — Mezzogiorno, edito da Cornersotn nel 2015 — aggiunse simpaticamente: “Bello, però la prossima volta portami da mangiare”. E prima della benedizione mi disse di essere fiero di ciò che stavo facendo e che dovevo portarlo a termine». Parlando delle sue origini: essere nato al Sud cosa ha rappresentato nel suo percorso? «Essere meridionale mi ha costretto a impegnarmi il doppio. Un tempo se eri calabrese eri visto come un delinquente. Questo mi ha dato l’orgoglio di voler dimostrare che la mia terra non meritava quella nomea». Ha sempre voluto diventare uno chef? «È stata una necessità, sono il secondo di cinque figli. Papà Peppino ci diceva: “Abbiamo soldi per farvi mangiare, vestire e studiare, ma non per gli sfizi”. Così per pagarmi dei jeans Levi’s a 9 anni sono andato ad aiutare in gelateria zio Giuseppe. E ho continuato così tutti i weekend per anni: l’ho odiato quel lavoro all’inizio». E poi? «Un giorno è venuto un famoso chef, Angelo Sabetta, che poi sarebbe diventato mio maestro, gli ho preparato il Mangia e bevi, un sorbetto con frutta fresca e gelatine che mi ero inventato. Finito di mangiare mi dice: “Cosa vuoi fare da grande?” Tutto tranne il cuoco, rispondo. “Peccato, perché sei bravo”. Quella frase mi ha rimbombato in testa per mesi». Dunque? «Ho detto a papà di voler studiare all’alberghiero. Al che mi ha risposto: “Che cosa abbiamo sbagliato con te?”. All’epoca per l’opionine comune se eri bravo facevi il classico, se eri così così il geometra. Se eri asino il professionale. Per i disastri c’era l’alberghiero. Papà aveva una piccola ditta edile e mamma Rosetta la magliaia. Sognavano per noi il meglio». Dopo la scuola? «Mi hanno chiamato al servizio militare in Marina come pasticcere di un ammiraglio, me la sono cavata così bene che poi volevano diventassi sottufficiale. Papà era entusiasta, ma io volevo fare il cuoco. Così Sabetta è andato da papà e durante una partita di tressette l’ha convinto che la mia era una scelta sensata». Quindi? «Maria, la mia ragazza, oggi mia moglie, viveva a Roma. Così l’ho raggiunta e mi hanno preso al Grand Hotel del gruppo CIGA, un posto pazzesco: lo chef era Anton Mosimann e fra i clienti c’erano capi di stato e star come Liz Taylor e Liza Minnelli. Ho lavorato giorno e notte per 4 anni: guadagnavo 1 milione e 800mila lire che per l’epoca erano tanti soldi e imparavo. Mi trovavo continuamente a fare brasati, flan, soufflé, ma senza ricetta, nessuno ti spiegava nulla. Dovevi rubare le preparazioni con gli occhi. Adesso tanti senza il sottovuoto non sono capaci di cucinare». Che ambiente era? «Altri tempi. Se sbagliavi venivi punito severamente, gli schiaffoni erano continui. Lì sono diventato junior sous chef. Poi il gruppo mi mandò a Londra». Ne fu felice? «Il clima era terribile, ero disperato all’inizio. Ma poi me ne sono innamorato: a Londra trovi ogni tipo di cucina o di ingrediente. Lavoravo al Dorchester a Mayfair, uno dei migliori hotel al mondo: gli chef erano Willi Elsener e Henry Brosi e avevamo due giorni off, mi sentivo in vacanza. All’inizio è stata dura perché non parlavo inglese. Ma in 4 anni sono diventato executive chef, il numero due di una brigata di 120 persone, e ho imparato il lato manageriale della ristorazione». E dopo? «Sono tornato in Italia per Maria. Mi hanno assunto a Roma all’Hotel Eden il cui ristorante stellato era guidato da Enrico Derflingher. Si lavorava bene, in brigata c’erano talenti come Antonio Guida. Ma lì ho capito che il fine dining non faceva per me, ho odiato quella cucina. Mi chiedevo perché dovessi cucinare il foie gras. A me interessavano i piatti italiani di casa, quelli di cui tanti cuochi si vergognavano sfottendomi». Dunque? «Ho fatto esperienze, Scozia, Milano, Bangkok, e aperto insegne con Alan Yau (fondatore di “Wagamama”, ndr). Poi sono tornato a Londra nel 2005 per “Franco’s” della famiglia Hambro, dove ho iniziato a parlare di prodotti come ’nduja e bergamotto. E la stampa inglese mi ha scoperto. Nel 2006 Chris Corbin e Jeremy King mi proposero 80mila sterline l’anno per aprire “St. Alban”, un’insegna di cucina europea moderna. Ero dubbioso ma mia moglie era incinta, accettai e fu un successo. Poi nel 2008 un imprenditore Usa mi offrì di aprire “L’Anima” dandomi carta bianca. Creai un menu dedicato a Calabria, Puglia, Sicilia e Sardegna, con piatti come lo Stufato di coniglio alla sicula. Gli inglesi si innamorarono della mia cucina». E dopo? «Nel 2015 volevo prendere un periodo sabbatico quando mi arriva l’offerta dal gruppo D&D London per “Sartoria” a Mayfair. Qui iniziai a proporre una cucina regionale, non solo del Sud: in menu avevamo persino il risotto alla milanese. Diventammo il punto di riferimento della gastronomia italiana insieme a Giorgio Locatelli, che già andava fortissimo». Poi arrivò la Brexit. «Da allora non si trova più personale italiano e alcuni prodotti sono costosissimi: il Parmigiano è passato da 11 a 25 sterline al chilo. Credo che sia stato un grande errore. Non fermò il nostro successo, però, negli anni successivi aprimmo “Fiume”, a Battersea. E “Radici”, a Islington, una trattoria di cucina calabrese con un grande tavolo condiviso. Danny DeVito era cliente fisso». E cosa ordinava? «Una sorta di stigghiole, del fegato imbottito con la pancetta e il rosmarino e cotto alla brace...». Altre celebrità che ha avuto ai suoi tavoli? «Tantissime. Roger Waters dei Pink Floyd, ad esempio: al tempo voleva sempre i Tortelli con la burrata. Mi invitò anche a cucinare a casa sua e a fine cena prese la chitarra e suonò per me e il mio collaboratore Wish You Were Here. Ho ancora la pelle d’oca a pensarci». Come siamo arrivati ad oggi? «Passata la bufera della pandemia e finito di pagare il mutuo di casa, nel 2023 ho ceduto le mie quote con l’idea di fermarmi un po’. Poi l’incontro con il geniale ultraottantenne Alfred Pisani, fondatore del Corinthia, marchio maltese di hôtellerie di lusso, mi ha cambiato i piani. In breve mi sono trovato a La Valletta ad aprire in un luogo magnifico “Villa”. Un successo. Così nel 2025 abbiamo bissato con “Mezzogiorno”: cento coperti dentro al Corinthia di Londra: il ristorante che sognavo, con grandi vetrate, elegante ma con il mood di un mercato italiano... Si entra dalla cucina, dove gli chef stendono la pasta. Il menu racconta il Sud, con piatti come la Fileja con spuntature e ricotta affumicata, il Dentice all’agghiotta o le Polpette di Zia Maria». Adesso ha trovato un equilibrio fra vita e lavoro? «Sì. Ma per gran parte della vita sono uscito la mattina alle 8 per tornare dopo mezzanotte. Non avrei potuto farlo se Maria non avesse rinunciato a lavorare per prendersi cura di me e dei nostri figli Gabry e Mia Sofia. Le devo ciò che ho realizzato».

RELATED SIGNALS
Latest Trending News
SOURCE TRANSPARENCY